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Full text of "Ateneo veneto"

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fc/B7 ANNO CXXXI. NOVEMBRE-DICEMBRE 1940-XIX Voi. 127 - N. 11-12 

ATENEO 

VENETO 




RIVISTA DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 

Il discorso del Duce alle gerarchie del Fascismo nel V° anni- 
versario delle sanzioni (18 novembre 1940-XIX) 

MANLIO DAZZI : Teatro universitario 

IRMA VALERIA : Il Cico .... 

LINO PELLEGRINI : Un poeta tedesco del Seicento - Paul 
Fleming .......... 

RUGGIERO MESSINI : La gattina del Petrarca . 

GUIDO PERALE : Bibliografia essenziale critica di Carlo Gozzi 



327 
333 
339 

342 
355 
365 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA : 

DAVIDE GIORDANO : Al Congo con Brazzà {Elio Zorzi), p. 378. — Angiolo 
Silvio Novaro {Emilio Schaub-Koch) , p. 380. — Consolazione della filosofia (Inno- 
cenzo Cappa), p. 381. — ENRICO MOTTA: «Veronese» {Rodolfo PaUucchìni), 
p. 382. — FRANCESCO T. ROFFARÈ : Scritti militari di Machiavelli e Fo- 
scolo {Giorgio Berzero), p. 384. — GIACOMO DE MARCO: Piave 19 iS [Arrigo 
Pozzi), p. 385. — ACHILLE BOSISIO: Scritti giuridici preineriani, p. 387. — 
Eugenio Florian maestro del positivismo penale, p. 388. 



Pubblicazione mensile 



sped. in abb. postale 



Abbonamento annuo L. 50 — Prezzo del fascicolo L. 5 
Direzione : S. Fantin, Palazzo dell' Ateneo - Venezia 



LLOYD 

LINEE 


TRIESTINO 

! ESPRESSE 


PER 




L'AFRICA 
L' 


ASIA 

L'AUSTRALIA 



CANTINA DI VILLANOVA DI FARRA 

GORIZIA 

della S. A. AZIENDE AGRICOLE PIAVE - ISONZO 

VENEZIA 



SI ESEGUISCONO SPEDIZIONI 
DIRETTAMENTE DALLE CANTINE 
DI VILLANOVA DI FARRA (GORIZIA) 



ATENEO VENETO 
Anno CXXXI - Novembre - Dicembre 1940 XIX - Vol. 127 - N. 11 -12 



DISCORSO 
ALLE GERARCHIE DEL FASCISMO 
NEL V° ANNIVERSARIO DELLE SANZIONI 

18 NOVEMBRE 1940 - XIX 

Camerati ! 

Voi comprenderete che non a caso ho scelto questa giornata per 
convocare a Roma le Gerarchie provinciali del Partito. È una 
giornata di vittoria per 1' Italia fascista, di disfatta per la coalizione 
societaria dei 52 Stati assedianti. 

Il 18 novembre del 1935 appare come una data decisiva nella storia 
d' Europa. È il primo e ultimo tentativo d'assalto in grande stile sfer- 
rato dal vecchio mondo, rappresentato nei suoi egoismi feroci e nelle 
sue ideologie superate dalla Società delle Nazioni, contro le nuove 
forze europee, giovani e rivoluzionarie, rappresentate dall' Italia e 
dalla Germania. Da quel giorno, ha inizio la separazione, l'antitesi, la 
lotta che doveva, dopo i compromessi di Monaco, accettati dalle demo- 
crazie al solo scopo di guadagnare tempo, sboccare nella guerra dichia- 
rata dalla Francia e dalla Gran Bretagna contro la Germania. 

Non bisogna mai dimenticare che l'iniziativa della guerra è partita 
da Londra, seguita con un intervallo di poche ore da Parigi. 

Affermo solennemente e senza tema di essere smentito, né oggi 
né mai, che la responsabilità della guerra ricade esclusivamente sulla 
Gran Bretagna. 

La pace poteva essere conservata, se la Gran Bretagna non avesse, 
con la supina complicità della Francia, iniziato, invece della costruttiva 
revisione dei trattati, una politica di accerchiamento fatta, non allo 
scopo di lasciare ai polacchi la tedeschissima Danzica, ma allo scopo 
di abbattere la rinascente potenza politica e militare della Germania. 

La pace poteva essere salvata se 1' Inghilterra non avesse riget- 
tato tutti i tentativi di avvicinamento compiuti dalla Germania, la 
quale si era spinta a firmare un Patto Navale che le faceva una situa- 
zione di netta e permanente inferiorità. 

La pace poteva essere salvata anche nelle ultime ore dell'agosto 
1939, se 1' Inghilterra, sotto la pressione dell'Ambasciatore polacco 
che si era recato al Foreing Office alle 23 del giorno i° settembre, non 
avesse avanzato, per aderire alla conferenza proposta dall' Italia, una 

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condizione assolutamente inaccettabile, perchè umiliante, e cioè che 
le truppe tedesche, già in marcia, non solo si fermassero, ma retroce- 
dessero alle linee di partenza. 

Quanto è accaduto nei mesi successivi noi tutti l'abbiamo vissuto 
ed è^superfluo ricordarlo. 

Mai si vide nella storia del genere umano più colossale ondata di 
mistificazioni e di menzogne come quella scatenata dagli organi gover- 
nativi e pubblicisti della Gran Bretagna durante le campagne di Po- 
lonia, Norvegia, Belgio, Olanda, conclusesi con la disfatta dell'esercito 
britannico e di quello francese, disfatta, quest'ultima, senza precedenti 
per le sue immense proporzioni e per la sua quasi impensabile rapidità. 
Se la pratica della menzogna è il sistema più idoneo per istupidire 
e rendere coriaceo lo spirito di un popolo, si può tranquillamente affer- 
mare che il popolo di Gran Bretagna ha raggiunto un indiscutibile e 
insuperabile primato. 

La Francia barcollava, ma era ancora lungi dall'essere in ginocchio 
e nessuno al mondo poteva prevedere che l'esercito, celebrato come il 
più forte d' Europa, si sarebbe liquefatto come neve al sole quando, 
il io giugno, 1' Italia entrò in guerra per tener fede alla lettera ed allo 
spirito dell'alleanza e per spezzare finalmente le sbarre della sua pri- 
gione nel suo mare. 

Dopo due settimane era l'armistizio e la Francia abbandonava la 
lotta che ha ripreso saltuariamente in seguito, ma solo per difendersi 
dagli attacchi proditori della ex-alleata, come a Orano e a Dakar. 

3 Dal io giugno a oggi sono passati oltre cinque mesi di guerra seria- 
mente guerreggiata sui fronti lontani e multipli per terra, per mare, 
nel cielo, in Europa e in Africa. 

Lasciate che io rivolga un saluto pieno di ammirazione agli italiani 
che hanno in questo momento il privilegio di impugnare le armi. 

L'esercito, sul fronte alpino e su quello africano, ha dimostrato 
che la sua tempra è quale noi volevamo : la disfatta degli inglesi nella 
Somalia britannica è stata totale : come a Dunkerque, così a Berbera 
gli inglesi sono fuggiti e si sono vendicati rimproverandoci di aver com- 
messo, battendoli, un irreparabile errore strategico. 

Le Forze Armate dell' Impero africano, Impero che nelle previ- 
sioni nemiche doveva saltare, hanno preso dovunque l'iniziativa e i 
tentativi inglesi di sobillazione all'interno sono pietosamente falliti. 

Anche nella Libia siamo stati noi ad attaccare e la fulminea occu- 
pazione di Sidi el Barrani deve essere considerata non una conclusione, 
ma una premessa. 

Gli atti di valore compiuti da ufficiali e da soldati italiani del- 
l'Esercito sui fonti terrestri sono tali da inorgoglire legittimamente la 
Nazione. 

Gli ufficiali e gli equipaggi della Marina compiono silenziosamente 
e spesso eroicamente il loro dovere sui molti mari e oceani — dall' In- 
diano all'Atlantico — dove sono impegnati. Essi obbediscono a una 
severa consegna e duri colpi sono stati inflitti alla Marina nemica. E 
la Marina che tutela le nostre linee di comunicazione mediterranee e 



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adriatiche, in modo così efficace che la Marina nemica non è riuscita 
ad interromperle e nemmeno a disturbarle. 

L'Aviazione italiana è sempre e più di sempre all'altezza del suo 
compito. Essa ha dominato e domina i cieli. I suoi bombardieri attin- 
gono le mète più lontane, i suoi cacciatori rendono la vita assai dura 
alla caccia nemica. Gli uomini sono veramente quelli del nostro tempo : 
la loro caratteristica è una calma intrepida. 

Quanto alle macchine, ne escono al mese dalle nostre officine quat- 
tro volte più che prima della guerra : tra poco, colla costruzione in 
massa dei nuovi tipi, saremo forse all'avanguardia, certamente alla 
pari colle macchine più moderne degli altri Paesi. 

Ma, dopo le Forze Armate, lasciate che io elogi la disciplina, il 
senso del dovere, la imperturbabile fermezza del Popolo italiano. 

Esso accetta con tranquillità le privazioni che conseguono allo 
stato di guerra, privazioni ancora tollerabili, ma che potranno diven- 
tare successivamente più gravi e, guidato dal suo intuito politico mil- 
lenario, sente che questa è una guerra decisiva ; è come la terza guerra 
punica, che deve concludersi e si concluderà con l'annientamento della 
Cartagine moderna : 1' Inghilterra. 

Un forte Popolo come 1' Italiano non teme la verità, la esige. 

Ecco perchè i nostri Bollettini di guerra sono la documentazione 
della verità. Noi segnaliamo i colpi che diamo e quelli che riceviamo, 
gli apparecchi che noi abbattiamo e quelli che il nemico abbatte, le 
giornate favorevoli e quelle che lo sono poco o niente. Pubblichiamo 
mensilmente le perdite degli uomini e quelle dei mezzi. Mi sentirei dimi- 
nuito dinanzi al Popolo e dinanzi a me stesso se adottassi altro metodo, 
quale quello di coprire o addolcire la realtà, buona o cattiva che sia. 
Farlo equivarrebbe a diseducare e umiliare il Popolo. Non lo farò mai. 

Ho già prescritto nella maniera più categorica ai comandi mili- 
tari del fronte ed alle autorità civili della periferia di non mandare a 
Roma, da dove poi debbono essere diffuse, notizie che non siano state 
rigorosamente e personalmente, dico personalmente, controllate. 

A questo proposito voglio ricordare che grida di gioia si sono le- 
vate alla Camera dei Comuni quando Churchill ha potuto dare final- 
mente una buona notizia, quella concernente l'azione compiuta nel 
porto di Taranto dagli aerosiluranti inglesi. 

Effettivamente tre navi sono state colpite, ma nessuna di esse è 
stata affondata e solo una di esse, come fu annunciato dal Bollettino 
delle nostre Forze Armate, è stata seriamente danneggiata e il suo ricu- 
pero richiederà lungo tempo. Le altre due saranno, a parere unanime 
dei tecnici, sollecitamente ripristinate nella loro antica efficienza. 

È falso, dico falso, che due altre navi da guerra e due navi ausi- 
liarie siano state affondate o colpite o comunque anche leggermente 
danneggiate. 

Segno di cattiva coscienza questo di ingigantire e moltiplicare 
per sei un successo che noi per primi abbiamo riconosciuto. 

Il signor Churchill avrebbe potuto, per completare il quadro, dare 
ai suoi onorevoli qualche indicazione sulla sorte toccata al « Liverpool » 



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e al « Kent », e su quella delle altre grandi unità silurate recentemente 
nel Mediterraneo centrale o nel porto di Alessandria da sottomarini 
o aerosiluri italiani. 

La nostra entrata in guerra ha dimostrato che l'Asse non era e 
non è una vana parola. Dal giugno ad oggi la nostra collaborazione 
con la Germania è veramente cameratesca e totalitaria. Marciamo 
fianco a fianco. 

Questa unione di due Popoli diventa sempre più intima e si estende 
a tutti i campi della loro attività militare, economica, politica, spiri- 
tuale. L'identità di vedute per quanto riguarda il presente e il futuro 
è perfetta. 

I miei incontri col Fùhrer non sono che la consacrazione di questa 
completa fusione delle nostre concezioni. Quando io mi incontro col 
Fùhrer non vedo soltanto in lui il Capo creatore della grande Ger- 
mania, il Comandante di eserciti che ha visto confermate dalla vit- 
toria le sue geniali concezioni strategiche, talora ritenute più che audaci 
temerarie, ma anche, e vorrei dire in particolar modo, il suscitatore del 
movimento nazionalsocialista, il rivoluzionario che ha risvegliato il 
Popolo tedesco, lo ha fatto protagonista di una nuova concezione del 
mondo, grandemente affine a quella del Fascismo italiano. 

L'identità di vedute è il risultato di questa premessa rivoluzionaria, 
scaturisce dall'incontro di due Rivoluzioni che sono, e nel campo inter- 
nazionale e in quello sociale, appena all'inizio del loro cammino. 

Tutto quanto riguarda gli sviluppi del Patto tripartito, a occidente 
o nel Bacino Danubiano, è seguito di comune accordo ; così per quanto 
riguarda la posizione avvenire della Francia. 

È ormai chiaro che l'Asse non vuole fare una pace di rappresaglia 
o di rancori, ma è altresì inteso che talune rivendicazioni devono essere 
soddisfatte. 

Tali rivendicazioni più che legittime, potevano essere oggetto di 
discussione anche prima della guerra, se non ci si fossero opposti i ridi- 
coli e tragici, ad un tempo, Jamais. Quando si accennò a toglierli era 
ormai troppo tardi. L' Italia aveva già scelto, sin dal maggio 1939, 
la sua via. I dadi erano gettati. 

Ma appunto per il loro carattere di legittimità, le nostre rivendi- 
cazioni dovranno essere accolte senza compromessi o soluzioni prov- 
visorie, che noi, fin da questo momento, in maniera categorica, 
respingiamo. 

Solo dopo questo totale chiarimento sarà possibile, nell'orbita della 
nuova Europa, quale sarà creata dall'Asse, di iniziare un nuovo capi- 
tolo nella storia, che fu così agitata, dei rapporti fra Italia e Francia. 

È superfluo confermare che, come l'armistizio, così la pace sarà 
comune, cioè sarà la pace dell'Asse. 

A consacrare la fraternità delle armi italo-germaniche ho chiesto 
e ottenuto dal Fùhrer una diretta partecipazione alla battaglia contro 
la Gran Bretagna con velivoli e sottomarini. Aggiungo subito che la 
Germania non aveva bisogno del nostro concorso. Il valore dei suoi 
combattenti di terra, di mare, di cielo, la sua potenza industriale, la 



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sua capacità organizzativa e tecnica, il rendimento della sua mano 
d'opera sono elementi ben noti. Le cifre di produzione di aeroplani e 
di sottomarini raggiunte dalla Germania sono veramente eccezionali 
ed in continuo progresso. Ciò nonostante, io sono grato al Fùhrer di 
avere accettato la mia offerta : nulla più del sangue versato in co- 
mune, o del sacrificio in comune sopportato, rende solidi e duraturi 
i rapporti fra i popoli, quando siano animati da una lealtà asso- 
luta e da una identità di interessi e di ideali. Sono sicuro che i 
nostri aviatori e i nostri sommergibilisti faranno onore alla nostra 
bandiera. 

Dopo un lungo pazientare abbiamo strappato la maschera ad un 
Paese garantito dalla Gran Bretagna, un subdolo nemico, la Grecia. 
È un conto che attendeva di essere saldato. Una cosa va detta, e forse 
non mancherà di sorprendere taluni inattuali classicisti italiani : i 
greci odiano 1' Italia come nessun altro popolo. È un odio che appare 
a prima vista inspiegabile, ma è generale, profondo, inguaribile, in 
tutte le classi, nelle città, nei villaggi, in alto, in basso, dovunque. Il 
perchè è un mistero. Forse perchè Santorre Santarosa andò dal natio 
Piemonte a morire ingenuamente ed eroicamente per la Grecia a Sfac- 
teria ? Forse perchè il garibaldino forlivese Antonio Fratti ripetè lo 
stesso gesto di sublime ingenuità 70 anni dopo cadendo a Domokos ? 
Interrogativi. Ma il fatto esiste. 

Su questo odio, che si può definire grottesco, si è basata la politica 
greca di questi ultimi anni ; politica di assoluta complicità con la Gran 
Bretagna. Né poteva essere diversamente, dato che il re è inglese, la 
classe politica inglese, la borsa, nel senso figurato e nel proprio, è inglese. 

Questa complicità, estrinsecata in molti modi che a suo tempo 
saranno irrefutabilmente documentati, era un atto di ostilità continua 
contro 1' Italia. 

Dalle carte trovate dallo Stato Maggiore Germanico in Francia, 
a Vitry la Charité, risulta che sin dal maggio la Grecia aveva offerto 
ai franco-inglesi tutte le sue basi aeree e navali. 

Bisognava por fine a questa situazione. È ciò che si è fatto il 28 
ottobre, quando le nostre truppe hanno varcato il confine greco-albanese. 

Le aspre montagne dell' Epiro e le loro valli fangose non si pre- 
stano a « guerre-lampo », come pretenderebbero gli incorreggibili che 
praticano la comoda strategia degli spilli sulle carte. Nessun atto o 
parola mia, o del Governo, e di nessun altro fattore responsabile l'ha 
fatto prevedere. 

Non credo che valga la pena di smentire tutte le notizie diramate 
dalla propaganda greca e dai suoi altoparlanti inglesi. Quella Divisione 
Alpina «Julia» che avrebbe avuto perdite enormi, che sarebbe fug- 
gita, che sarebbe stata polverizzata dai greci, è stata visitata dal gene- 
rale Soddu, il quale, a visita ultimata, così mi ha telegrafato il 12 
novembre : « Recatomi stamane visitare Divisione Alpina << Julia », 
devo segnalarvi, Duce, la magnifica impressione riportata di questa 
superba unità fiera e salda più che mai nei suoi granitici alpini». 

C'è qualcuno tra di voi, o camerati, che ricorda l'inedito discorso 



332 

di Eboli, pronunciato nel luglio del 1935, prima della guerra etiopica ? 
Dissi che avremmo spezzato le reni al Negus. 

Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che 
spezzeremo le reni alla Grecia. In due o in dodici mesi poco importa. 
La guerra è appena incominciata. 

Noi abbiamo uomini e mezzi sufficienti per annientare ogni resi- 
stenza greca. L'aiuto inglese non potrà impedire il compimento di questo 
nostro fermissimo proponimento, né evitare agli elleni la catastrofe che 
essi hanno voluto e dimostrato di meritare. 

Pensare o dubitare qualche cosa di diverso significa non conoscermi. 
Una volta preso l'avvio, io non mollo più sino alla fine. L'ho già dimo- 
strato e, qualunque cosa sia accaduta, accada, o possa accadere tor- 
nerò a dimostrarlo. 

I 372 Caduti, i 1081 feriti, i 650 dispersi nei primi dieci giorni di 
combattimento sul fronte dell'Epiro saranno vendicati. 

Camerati ! 

In quest'ora storica veramente solenne, che allinea, nel contrasto 
e nell'intesa, i Continenti, il Partito — difensore e continuatore della 
Rivoluzione — deve intensificare al massimo tutte le forme della sua 
attività. . . , 

Allo scoppio della guerra un certo rallentamento delle attività 
del Partito fu in relazione al fatto obiettivo della partenza di tutti i 
gerarchi. Ora non più. 

Non c'è e non ci sarà una mobilitazione generale. Le classi richia- 
mate sono due. Ce ne sono ancora disponibili una trentina. Abbiamo 
alle armi un milione di uomini ; ne possiamo chiamare, in caso di neces- 
sità, altri otto. 

In queste condizioni, il Partito deve riprendere la sua funzione 
con immutato crescente rigore, impegnando strenuamente la sua bat- 
taglia sul fronte interno, sul piano politico, economico, spirituale, sul 
piano dello stile. 

II Partito deve liberarsi e liberare la Nazione dalla superstite 
zavorra piccolo-borghese, nel senso più lato che noi diamo a questo 
termine ; deve mantenere e accentuare il clima dei tempi duri ; andare, 
più e meglio di prima, verso il Popolo, tutelandone la salute morale e 
l'esistenza materiale. 

Certo pacifismo a sfondo cerebraloide e universalistico va atten- 
tamente vigilato e combattuto. È sfasato almeno per quanto riguarda 
questa epoca di ferro e di cannoni. 

Nient'altro esiste e deve esistere all'infuori dello scopo supremo, 
per il quale siamo in armi. Fra germanici e italiani siamo un blocco 
di 150 milioni di uomini, risoluti e compatti e piantati dalla Norvegia 
alla Libia nel cuore dell' Europa. 

Questo blocco ha già nel pugno la vittoria. 

Benito M ussolini 



TEATRO UNIVERSITARIO 



Sarebbe da dire che si preparano tempi felici per la creazione 
teatrale italiana. La nazione assume coscienza dei valori dram- 
matici assoluti, l'opera teatrale entra nelle Università non più come 
erudizione storico-filologica, ma con tutta la suggestione della cosa 
vivente e agente. La passione che vi si porta può sembrare agli stolti 
una distrazione dalla severità degli studi. È invece una piena conquista 
del tono in cui sono state create queste opere d'arte, e cioè dunque 
un possesso che nessuna classificazione e inadeguatamente una pagina 
critica avrebbero potuto dare. E possesso è presso popoli forti crea- 
zione. Se c'è parte delle lettere che sia cosa dei giovani e dove i 
giovani possano tutto osare, creando svolte imprevedute di valore 
universale e storico, essa è nel campo del teatro, come il regno più 
proprio delle illusioni. Sicché dei contatti vivi che l'epoca e la men- 
talità nuova hanno offerti alla gioventù, questo mi sembra destinato 
ad essere dei più fecondi. 

E tuttavia bisogna riconoscere che in questi contatti si compie 
l'opera che da un trentennio circa, per diverse vie e diversi rami, uomini 
di buona volontà venivano facendo. Come si potrebbero non ricordare 
le rappresentazioni delle Nuvole, delle Baccanti, dell'Alcesti, del Ciclope 
che fra il 'io e il '13 gli studenti di Padova fecero, non solo a Padova, 
ma a Vicenza, a Venezia, a Milano, a Trieste, diretti, animati e com- 
mossi da Ettore Romagnoli ? C'erano Borsi, Errante, Ferriguto, Lami, 
Mortari. C'era aria di prodigio a contatto con la poesia greca rivissuta. 
E io conservo i copioni, tutti scarabocchiati di legamenti musicali, 
di segni in crescendo e calando, e respiri e pause. Francesco Chiesa 
veniva a sentirci, venivano la Duse e Dina Galli. D'Annunzio si interessò 
al prodigio e disegnava qualche progetto che non prese carne. Veni- 
vano le folle a teatro, strabiliate, portate di colpo in un mondo irreale. 
Ma persisteva intorno a noi la diffidenza universitaria irriducibile. Quella 
della polizia austriaca a Trieste si accontentava di leggersi Euripide 
prima di bollare il testo con il proprio licet. 

Di qui nacquero le rappresentazioni greche di Siracusa, quando 
noi cedemmo agli attori di professione, e ancora Borsi scandì dall'alto 
della torre con la voce tersa e cristallina, dopo decine di secoli di silenzio, 
il prologo dell'Agamennone. 

Intanto si dissodava il teatro nostro. Mortier, Lovarini, e altri 
spolveravano il Ruzzante e Andrea Calmo, io ricordo l'osteria di cam- 
pagna e i fiaschi di vino innanzi ai quali lessi ai compagni d'Università 



334 

la versione della tragedia d'Ezzelino, dei tempi di Dante. Per restare 
nel Veneto, che è la regione d' Italia dove il teatro nazionale ha una 
sua vita autoctona e quasi una sua prepotenza d'essere, Ortolani veniva 
pubblicando per il Comune di Venezia l'edizione monumentale del 
Goldoni, che solo ora presso la fine si travasa nei nitidi volumi di Mon- 
dadori. Varagnolo curò il teatro dal Gallina per Treves. Lovarini intuì 
il grande valore della scoperta della « Veneziana » e la stampò in quella 
nuova serie di testi inediti e rari che troppo presto si spaurì del pro- 
prio coraggio. 

Della vecchia guardia padovana, Errante traduceva nitidamente dal 
teatro di Goethe, e mi chiedeva quella fatica che valesse a dare alla scuola 
il Goldoni più accurato nel testo. Nella scuola io mi diverto a far leg- 
gere Sofocle nelle belle traduzioni letterali e vibranti di Turolla, o 
Molière in quelle di Giusso, o Lope DeVega, o Shakespeare, o Ibsen, 
distribuendo le parti fra gli scolari, e vola un po' d'incanto per l'aula. 
Come me chi sa quanti. Ma i tempi sono maturi a questa grazia. 

Gli operai più tenaci e intelligenti della trasformazione sono stati 
Bragaglia e D'Amico. Uno con il suo Teatro degli indipendenti, avan- 
guardia dalla punta di diamante, l'altro con una passione e cultura 
ampie, accoglienti, battagliere, capaci di trasfondersi, pronte all'opera 
e a spianare all'opera tutte le strade, morali e burocratiche. È il suo 
lievito quello che ha fermentato nei ministeri, e procurato al teatro 
una intelligente e aperta tutela dello Stato. E non si può trascurare 
l'opera meno appariscente, ma fine e continua, di critici come Renato 
Simoni, che veniva ingentilendo i gusti, né la passione di capocomici 
pronti a rinnovarsi e a rinnovare : Ruggeri così grande quant' è grande, 
il vecchio Zacconi che faceva diventare carne umana tanto la carica- 
tura goldoniana di un conte di Roccamonte quanto la poesia dei dia- 
loghi di Platone, la Pavlova attrice e maestra d'attori nuovi. Appariva 
il viso pallido di Moissi, per troppo breve tempo, sul teatro italiano. 

Shaw, di cui prima della grande guerra c'era da noi poco più del 
copione di Candida, arrivava alle nostre scene con le opere nuove, e 
veniva letto nella traduzione completa. Intanto era salita al suo zenit 
e splendeva anche da noi, dopo l'estero ahimè, l'arte di Pirandello. 
Adagio, contrastata, presa per filosofia dal pubblico grosso e per filo- 
sofemi dai filosofi fini, imponeva il dramma dell'intelligenza e della 
personalità, nuovo al mondo. Dalle ceneri di Pirandello la sua opera 
balzava, per la cura del suo devoto Lo Vecchio Musti, come già fatta 
propria dalla storia nella sua integrità. 

Fra gli spettacoli all'aperto, alcune rappresentazioni di Venezia 
prima, di Firenze poi, facevano data. A Padova e altrove qualche 
mistero portava voci e gesti nuovi di una accademia di Stato per la 
recitazione. Nasce la Rivista del Dramma, esce la Storia del Teatro, 
esce il Repertorio di D'Amico. Cecchi e Praz dirigono la nuova tradu- 
zione integrale di Shakespeare per Sansoni, e noi abbiamo già segreta- 
mente udita la voce della dolce Imogene, nella traduzione di Marco 
Lombardi, e i pubblici di Roma e di Milano hanno accolto con trionfi 
le fresche rappresentazioni in cui la raccolta s'è anticipata. La critica 



335 

è all'opera per sceverare con sapienza la produzione straniera contem- 
poranea, sia di O' Neil sia di Thornton Wilder, sbarrando ;il passaggio 
alla merce comune, reclamando i capilavori. 

E attraverso tutto questo fermento, che ho indicato in modo som- 
mario e come viene alla mente, s'è giunti al segno che mi sembra più 
propizio : ai teatri universitari. Mi sono arrivati insieme il copione 
del Saltuzza del Calmo da parte di Michelangelo Muraro, littore del 
teatro per Padova, e i primi tre volumetti del Teatro dell'Università 
di Roma. Io non parlo di successi, parlo di amore, che è ben più crea- 
tore che non il successo. E pertanto entro senz'altro nel merito arti- 
stico di queste opere, perchè è quanto interessa alle Università, al di 
sopra della realizzazione scenica. Vivere queste opere conveniva non 
per costituire nuovi istrioni, ma come mezzo a ravvivare in pieno il 
valore artistico di esse. E questo stesso ravvisamento ha, mi lusingo, 
in chi l'ha compiuto non solo un valore passivo, di recezione, ma, se 
forza di moto risponde a forza d'impressione, valore attivo, di stimolo 
a creare per noi, di noi, in forme nuove, libere, audaci. 

* 
* * 

Il Saltuzza, «la piacevole et giocosa commedia di M. Andrea 
Calmo — cosa bellissima — anno domini 155 1 », che il Muraro ha 
ridotta e adattata per la scena, si governa certamente alla moderna 
ed è piena di naturalità come afferma il prologo, ma il suo modo è 
affatto esteriore. Il Calmo ha certo in mente di dare un quadro della 
vita contemporanea (« Iddio volesse che in tutte le case non interve- 
nissero simili travagli »), ma in effetti il suo genio comico non fa che 
dar rilievo, fra molti lazzi, alle astuzie del servo contadino Saltuzza, 
anticipatore d'Arlecchino. Per esse il padrone è soddisfatto nelle sue 
voglie amorose — non senza piacere della signora spinta da Saltuzza 
nel dolce tranello — , e ciascun altro resta beffato. Tutto ha dunque 
un che di meccanico e legnoso (molte sono le botte che piovono alla 
cieca) e v'è esclusione di sentimenti, se non forse in quelle due paro- 
lette che il Saltuzza ripete volentieri e spensieratamente : roerso mondo. 
Il Saltuzza che guida questi uomini-burattini e combina gli incontri 
e gli scontri, è al di sopra della loro miseria, e può giudicare così di loro, 
dei loro desideri, e dei comici effetti che ne conseguono. È il solo che 
parli un linguaggio colorito, sapido, immaginoso. Siamo più innanzi 
alla creazione del tipo che non della commedia. 

Tipi sono anche il Reduce e il Bìlora del Ruzzante, uno lo spac- 
camonti che le busca, l'altro il villano paziente e forte, che si monta 
poco a poco finché ammazza e resta incantato innanzi al delitto. Ma 
quale ricchezza e quale approfondimento in questi due tipi. Ricchezza 
di linguaggio, di fantasia popolare, di svolgimento. E sopratutto, die- 
tro la semplicità dell'azione, e in contrasto con l'eroismo delle parole, 
lo sporco del mondo e dell'anima, che vien fuori, che straripa, che 
colora di pessimismo ogni cosa. 



336 

Così il Reduce, che ogni tratto esce con le parole : « s'à foessè sto 
on son stato io mi, compare », non può far altro innanzi alla saggezza 
stringente del compare contadino che rivelare la miseria e viltà della 
milizia mercenaria ; e tutta la sua esaltazione s'infanga di fughe e di 
finzioni per salvare la pelle. Gli tiene ben testa la Gnua, la sua fem- 
mina, che s'è messa con un bravo, e non vuol saperne di tornare da lui. 
E lui, che aveva gridato che se la sarebbe portata via con la forza, 
se le piglia tutte dal bravo sopraggiunto, in una scena muta che è un 
poema del saperle prendere, e poi leva su la testa a poco a poco : — 
« Compare, ègi andò via ? Gh'è pi negùn ? Guardò ben » — . Ma se non 
era che uno ! e s'è portato via la Gnua. — Uno ? cento erano — . E 
come un po' alla volta si deve persuadere che era uno : — Ma questo 
è stato un tradimento, una qualche stregoneria di quella donna, che ne 
sa fare — . E poi non gli resta che gloriarsi di saperle prendere così 
bene, e immaginarsi quello che avrebbe fatto se avesse saputo che era 
uno solo, e godersi di quella sua immaginazione. 

Che ne avesse della fantasia, il Reduce, si vedeva fin dal principio, 
quando arrivato a Venezia, si trovava a dubitare di tutto e persino 
della propria esistenza e personalità (effetto a distanza della tanta 
paura avuta in campo), con poi una risoluzione dove il contadino dubi- 
tante precorre Cartesio : « Se mi a no foèsse mo mi ? e che à foèsse 
sto amazzò in campo ? E che à foèsse el spèrito ? La saràe ben bella. 
No, cancaro, è speriti no magna ». 

Più cupo è il Bìlora. A lui manca la fantasia dello spaccamonti. 
A lui han portato via la moglie, e « a vèerse tuore la mugiere el pare 
fieramen da stragno », e viene in città adirato contro il vecchio genti- 
luomo suo rivale, non contro la donna, ma anche pronto a qualche 
accomodamento. Intanto ha fame, e se potesse trovar la sua Dina, 
almeno un pezzo di pane, da lei l'avrebbe. Incontra un compare, e 
quasi dà retta ai suoi consigli di moderazione. È pieno di prudenze, 
ma « Dio sa à que muò l'anderà ». È insomma un po' in mano del de- 
stino e un po' sopraffatto dal suo carattere brutale : « Meh si, à me de- 
spiero, s'à no sbatto ». Ha persino un abboccamento con la Dina, e 
s'accontenta del patto che lei pone : se missiere la lascerà andare « Dio 
con ben, e an co '1 no vuogia a fare com vorrì vu mi — sora questa 
fé, che a he a sto mondo ». Bella fede quella su cui giurava la Dina ! Poi 
Bilora s'ubbriaca con i soldi che lei gli dà (pane, roba, no, non gliene 
poteva dare, « ch'a a no vorrae, que '1 s'imbattesse à vegnire, e vèerne 
a dar gniente fuora de chà »). Ma anche ubbriaco accetta di far parlare 
al nobilomo dal compare. Solo gli raccomanda che lo dipinga male : 
« E dighe ch'a son sto soldo, que fuossi harallo paura — Mo aldi. 
Dighe pur ch'a son sbraòso, e biastemmè, e dighe ch'a son sto soldo, 
no ve '1 desmenteghè, vi ». Ma quel compare non sa proprio far niente, 
e s'accontenta della assicurazione che il gentiluomo gli fa dare dalla Dina, 
che lei non ha mai promesso di tornare a casa e che questo, se l'è pen- 
sato il Bilora. Che cosa resta da fare al Bilora, che gli van tutte ro- 
vescie ? « Mò cassi, ch'ai roesso elio con le scarpe in sii », e lì imma- 
ginarsi la scena con il gentiluomo, quello che gli dirà, che gli farà, scal- 



337 

darsi, eccitarsi. Ma la scena sarà terribilmente improvvisa. Un grido di 
Bilora, un lamento del nobilomo, poi quasi subito Bilora s'accorge del- 
l'ammazzamento fatto, qualche parola ironica trema un po' sulle sue lab- 
bra, le ultime piombano giù grevi e sbalordite, come se non fosse stato 
lui ad ammazzare, ma una forza estranea, una fatalità che il nobilomo 
stesso aveva provocata : « Te l'hegi ditto ? » 

Di fronte a questi due forti «dialoghi» o azioni drammatiche, 
l'ultimo, il «Menego», non è che un divertimento di villa, contami- 
nato un po' dagli altri due, ma con di proprio la lamentazione della 
malannata da parte del contadino, certe impareggiabili frasi dettate 
dalla paura della morte (« Andate pure per il prete, che tiro giù le calze 
da me », « Mi sento volar via, proprio come farebbe una farfalla ») e il 
non meno impareggiabile monologo del suicidio, impasto bellissimo di 
disperazione e pietà, di astuzie e coglionerie, e di ripostissime inten- 
zioni ironiche verso la letteratura del tempo («Oh scarpe ora sarete 
pur state alla morte di uno che avrà fatto una morte rabbiosa come se 
non se ne trova un'altra : che uno si mangi da solo »). 

È chiaro che questi tre dialoghi avevano in sé tanta vitalità da meri- 
tar bene la riesumazione di Emilio Lovarini per il Teatro dell'Univer- 
sità di Roma, Collezione di Autori Italiani, voi. i. 

E niente di meglio ci si potrebbe augurare che una ricca scelta nel 
resto dell'opera ruzzantina. Ma appunto per questo mi consenta il dotto 
e fine amico di chiedergli di darci il testo originale con la traduzione 
a fronte. Il testo originale è veramente insostituibile, non solo per il 
colore dei suoi « chi, e chialò e chivelò e chìloga, e colà oltra e chialòn- 
dena e chivelòndena », non solo perchè la traduzione forbisce un po' 
troppo la bocca di questi in fondo nemmeno sboccatissimi popolani 
(nel Reduce sono saltati gli effetti della paura nel braghile), ma per- 
chè il pavano non ha assolutamente un tono che gli corrisponda nell'ita- 
liano e forza e ingenuità primitiva vanno facilmente smarrite. Traspo- 
sizioni sono forse possibili in qualche linguaggio rustico moderno, come 
fece il Lovarini stesso nel padovano. Ma il dialetto contadinesco è 
troppo connaturato ai tipi e alle vicende perchè si possa sostituirlo con 
la lingua, la quale saprà sempre di letterario e non potrà servire che di 
tramite alla comprensione, non di materia adatta alla particolare 
forma artistica. Anche in una traduzione come questa, che è senz'altro 
e lungamente la migliore che si potesse avere (i). 



(i) Alcune osservazioni alla rinfusa: «Il Reduce n intitola Lovarini il primo dialogo, che ha per titolo 
originale e adattissimo : Parlamento de Ruzzante che jera vegnù de campo. Non avrei paura di usare : Parla- 
toria di Ruzzante che era tornato di campo. El Seniore Tenore si annacqua nella parafrasi : « il gran capitano 
Bartolomeo d'Alviano » ; almeno abbrevierei : il Signore d'Alviano. «Non manca mai rubare» sedurrebbe per 
l'allusione furbesca ; ma il mio testo dà robba, e ci insiste più innanzi, sicché il doppio senso si potrebbe man- 
tenere in : roba. « Vada ad ammazzare i pidocchi che ha indosso » è secondo il mio testo : Vada ad ammaz- 
zare i pidocchi com'è solito, quel furfante. Certa discrezione (o paura, o ciccia) è propria del reduce, sicché 
non gli farei dire : « Discrezione... un accidente », ma proprio : discrezione in corpo. Zane nei personaggi del 
« Bilora » non lo sostituirei al nome proprio che è : Tonin (bergamasco, suo fante), sapendosi che Zane e nome gene- 
rico dei servi bergamaschi. El batti (la coratella), el magon (il soperchio dello stomaco), L. traduce egualmente 
stomaco ; almeno nel secondo caso proporrei : gozzo. Conserverei certa immagine : ha tanta vergogna che gli 
dev'essere andato da un lato. Darei più valore al furamèn che ricorre spesso in questo linguaggio : Ho del gran 
buon tempo, me la passo straordinariamente bene, con lui, io. Scalognati io è più forte di « borbottando » ; forse : 
masticando male. El pare fieramen da straglio, in : « è cosa che non va giù » conserva scioltezza, ma perde 
freschezza. Tenterei di conservare : pare una cosa ben stramba. Se xe 'despierao, ch'el se foga impirar in t nu 
speo da rosto, è un insolente giuoco di parole del nobilomo veneziano, che probabilmente non si può rendere ; 



338 

La collezione di Autori Stranieri dello stesso Teatro comincia con 
un gran poema drammatico in forma di Mistero, di T. S. Eliot : « Assas- 
sinio nella Cattedrale ». La semplicità della struttura e la pura finezza 
morale in cui il dramma si svolge 

(L' estrema tentazione è del supremo tradimento : 
compire l'atto giusto con falso intendimento), 

il fantastico linguaggio del popolo che acquista nella circostanza un 
valore di poesia biblica, la gustosa modernità shawiana dell'apologia 
dei cavalieri omicidi, che satiricamente dimostra tutta la brutale prov- 
visorietà degli ordinamenti sociali innanzi a quelli morali, fanno di 
quest'opera una delle cose più notevoli e cariche di promessa del teatro 
moderno. E C. V. Lodovici ne è un presentatore e un traduttore fer- 
ratissimo, felicissimo. 

Non altrettanto mi persuade per valore intrinseco nel suo insieme 
«Akim» di Victor Eftimiu, che occupa il secondo volumetto della col- 
lezione. Ricordi ottocenteschi russi e nordici, specialmente dostoie- 
schiani e ibseniani, s'innestano in modo non del tutto congruente sul 
nucleo rumeno. Ogni azione è esteriore allo svolgimento del dramma, che 
si riduce a questo : un pio mendicante, riuscito con una grossa menzogna 
a farsi nominare amministratore di certi beni, si svela d'un tratto feroce 
persecutore dei poveri e antico autore dei più efferati delitti. E tuttavia 
una specie di barbara grandezza ben sentita è nella figura di Akim che si 
smaschera, e il grottesco della sua morte, fra superstizioso rimorso 
e raccapriccio, raggiunge un effetto semplice e potente. 

Ma da questo interessantissimo inizio si può concludere con cer- 
tezza che converrà seguire le due collezioni. Le quali promettono un 
volume ogni quindici giorni, e risolvono il problema di costare pochis- 
simo. Cose pressoché miracolose per il buon lettore. 

Manlio Dazzi 



suggerirei: se è disperato, che si faccia inspirare con un soffietto per di dietro. Spesso il mi "naie ha un valore 
enfatico : e si à vendere pò 7 taharra mi ; e si me comprerà un cavallo mi. <• Si a me fare un soldo mi ecc., che 
è facile conservare con un io alla fine della proposizione. Mo ani in vento, in : • andate al diavolo », conserva 
freschezza, peni.- l'immagine; proporrei: Vi porti via il vento. L'ha e. le graspe elio, diventa troppo seno, in : 

« L'à pagato il fio » ; proporrei senza paura : Ha buttato fuori le graspe. 



IL CICO 



Una mattina d' autunno capitò in casa la Cica. Era una canarina 
di due colori, giallino e isabella, graziosa e rotondetta come una 
pollastra. Si capiva eh' era femmina al primo vederla : aveva un non 
so che di lezioso nelle mosse del capino, che volgeva di qua e di là 
continuamente e un' impertinenza tutta donnesca nella voce acutissima 
che feriva gli orecchi sempre con le stesse due note. Era graziosa e 
seccante come può esserlo una canarina zitella ansiosa di marito. A 
Dodo, nella bottega degli uccelli, l'avevano particolarmente raccoman- 
data come buona per la cova : « Credete a me, Signorino, » aveva detto 
la donna che stava al banco, una nanetta magra e nera con due 
occhietti di pepe che pareva uno dei suoi merli « Credete a me, se 
la mettete col lugherino che avete comperato il mese scorso vedrete 
che faranno cova. E sentirete che cantanti ! » 

In casa e' era già infatti un lugherino, un esserino minuto e pro- 
tervo, che tutto il giorno saltellava su e giù pei tre bacchetti della 
gabbia ripetendo il suo verso Ci-co Ci-co Ci-co. Così Dodo gli aveva 
messo nome Cico e la canarina destinata a divenir sua sposa fu subito 
chiamata la Cica. 

Di uccelli e di cova non ci intendevamo per nulla ; a Dodo era 
saltato il ticchio di farsi allevatore, così d' un tratto, per un capriccio 
di disoccupazione e di tenerezza verso gli animali ; s' era trovato in 
tasca una sommetta per il suo decimo compleanno ed era capitato in 
casa una sera con queir enorme gabbione da cova in cui saltellava 
inquieta e manierosa la Cica. 

Era una signorina per bene : si vedeva chiaramente eh' era nata 
da un' onesta e borghese famiglia di canarini, covata in gabbia, alle- 
vata coi biscotti all' ovo e abituata al richiamo. S' accostò subito 
per cogliere dalle dita il pinòlo e ringraziava con garbo, piegando di 
lato la testina e cicalando. Fu un delitto darla in moglie al Cico, un 
vero selvaggio, un villan delle fratte, un eremita, che sdegnava quei 
vezzi e quelle grazie. Forse si doveva abituarli un pò l'uno all' altro, 
metter le gabbie vicine per qualche giorno e osservare se s' accordavano. 
Ma 1' allevatore in erba aveva fretta e quel matrimonio gli pareva 
cosa facile. Vedeva già allungarsi i colli dei lugherocanarini. 

Io non me ne intendevo affatto e lasciai fare. 

Chi ci pensò a sbrigarsene fu il Cico : appena introdotto nella gabbia 
da cova, passati i primi momenti di sgomento, fu addosso alla Cica : 
con odio, con fermezza d' intenti. In casa sua non ce la voleva, di 



34° 

femmine di quella specie non se ne impacciava. La povera Cica aveva 
un bel far la vezzosa, ritrarsi con garbo, starsene in un canto, pro- 
testare con la vocetta acuta, tentare qualche approccio, lui era infles- 
sibile. Non la voleva. Se si provava ad accostarsi per beccare un pò 
di miglio era accolta a beccate, inseguita fino all'angolo opposto della 
gabbia. Quando cercava di bere era lo stesso gioco. Voleva lasciarla 
morir d' inedia. Dopo una mezza giornata di quella prova disastrosa 
togliemmo dalla gabbia comune il lugherino e lo rimettemmo nella sua. 
E buonanotte alla covata. 

Dodo rimase deluso e disgustato e si scordò in breve degli uccelli 
che furono affidati alle mie cure : come tutti i bambini un pò viziati 
e troppo ricchi d' immaginazione tutto gli appariva di lontano facile 
ed attuabile, ma alla prova, alle prime difficoltà cedeva, s' annoiava 
e passava ad altro. 

Il Cico, poveraccio, s' ammalò. Fosse la prigionia, la rabbia sof- 
ferta per quel barbaro tentativo di matrimonio, o 1' eccessivo ingoz- 
zarsi di granelli di canapa, fu colto da tremendi accessi d' asma. Era 
una pena vederlo soffrire : con le penne ritte sul gramo corpicino 
palpitante, il beccuccio a spina semiaperto, gli occhietti socchiusi, 
anfanava per delle mezz'ore in cerca d' aria. Ma poi passava : e appena 
passato, quel diavoletto si slanciava sul mangime come un affamato 
e s' ingozzava di furia facendo volare canapa e miglio da tutti i lati, 
e, pieno da scoppiare, tuffava la testa nel beverino. La sua voce s'era 
fatta roca ed ingrata, ma non per questo smetteva il suo verso ; pareva 
una vecchia carriola arrugginita. 

La canarina bisognava tenergliela lontana ; se appena la vedeva 
gli si accendevano gli occhi e le si lanciava contro col becco aperto e 
la lingua che si fletteva come quella di un serpente. Se poi uscivan 
di gabbia a svolazzar per la stanza come li avevo abituati, lui era 
capace di insediarsi nella casa della canarina, per beccarle i migliori 
bocconi e impedirgliene l' ingresso. Dodo aveva scritto sulla portella 
della gabbia Villa Cica col gessetto rosso ; ma neanche quel segno di 
definita proprietà pose termine alle prepotenze di queir esserino sel- 
vaggi - 

Il sogno di veder crescere una gialla covata di canarini s' era 

trasmesso dal mio bimbo a me ; complice un cert' uomo mezzo fale- 
gname, mezzo factotum, che ci bazzicava per casa e aveva fra gli 
altri cespiti di guadagno anche un allevamento di canarini, ci fu por- 
tato, il giorno di Sant' Ambrogio, un canarino maschio. E Dodo gli 
mise nome Brogino. La famiglia era adesso al completo. Per la Cica 
fu una rivelazione e noi assistemmo al nascere e al prorompere di un 
vero amore. Vedersi e amarsi fu tutt' uno : subito civettarono, chia- 
mandosi, cinguettando : messe accanto le gabbie, cercarono di acco- 
starsi più che potevano l' uno all' altro, saltellando su e giù, senza 
posa, mentre Brogino gorgheggiava da disperato. Per un paio di giorni 
li lasciai sospirare, ma poi volli fare a modo mio : apersi ambedue le 
gabbie e stetti a vedere : volarono subito fuori, s' inseguirono un pò 
per la stanza, poi, di comune accordo e quasi per miracolo rientra- 



34i 

rono insieme nella gabbia da cova. I preliminari eran stati brevi, il 
matrimonio era fatto. 

Dopo una quindicina di giorni la canarina cominciò a deporre le 
uova, grossi confetti azzurrini picchiettati d' oro ; perchè i pulcini 
nascessero tutti insieme, la sera toglievo dal nido 1' ovino deposto 
riponendolo nella bambagia e lo sostituivo con quello finto comperato; 
tenendolo in mano, così fragile, così fiabesco, mi sentivo agitata da 
una quasi tenera speranza. Ne depose quattro, poi cominciò la cova. 
Mai marito fu più paziente e cortese del bravo Brogino, tutto com- 
preso della sua missione ; teneva compagnia alla Cica, le portava fino 
al nido i bocconcini più graditi, e quando, spinta dalla sete o dal 
desiderio di sgranchirsi un poco, usciva per un momento dal nido, 
Brogino al suo posto stendeva le ali protettrici sulle uova. Ma guai 
se la stordita, uscita di gabbia per un breve volo, tardava troppo al 
dovere. Che gridataccie ! che strida ! La Cica era una natura placida, 
un pò indolente, come certe donne grasse senza nervi ; lo lasciava 
gridare e faceva il comodo suo, senza prendersela troppo, anche se le 
toccava. Protestava appena, debolmente, quando le beccate la giun- 
gevan sul tenero ; e saltellon saltelloni, tornava, avresti detto sospi- 
rando, alle sue uova. 

Una mattina, finalmente, spiando fra le ali della canarina, mi 
parve di veder qualcosa muoversi, agitarsi, e il cuore mi diede un 
piccolo balzo : che fossero nati i piccini ? Apersi 1' usciolo della gabbia 
e presentai un pinòlo alla Cica, che, senza troppo riflettere, sorda 
ai richiami di Brogino, venne a prenderselo. Erano proprio nati : 
quattro colli lunghissimi, spelati, e sul collo ondeggiava una testa 
orrenda, con enormi occhi velati da palpebrane azzurrognole, i grandi 
becchi corti ed aguzzi. Suscitavano il riso e il ribrezzo, ma anche la pietà 
e il senso di miracolo che è in ogni nascita. Avevo voglia di comu- 
nicare con qualcuno che mi comprendesse : Dodo era a scuola. Andai 
dal Cico e gli apersi la gabbiuzza, offrendogli un seme di canapa: mi 
volò subito sulla palma tesa: «O Cico», gli dissi, « Son nati». Lui 
mi guardò, girando la testolina scaruffata, mentre a furiosi colpi di 
becco stritolava il canapino. Poi se ne volò sul tetto della gabbiuzza, 
nel sole, ed emise un roco Ci-co, Ci-co, Ci-co, che sembrava una canzo- 
natura. «Cosa m'importa a me», pareva dicesse «di quei poveri 
schiavi ? ». 

Irma Valeria 



UN POETA TEDESCO DEL SEICENTO 

PAUL FLEMING 

(nel terzo centenario oella morte) 

III 

Le poesie religiose e le poesie d'amore 



A prescindere dalle numerose poesie d'occasione — scritte per ogni sorta 
d'avvenimenti, secondo il costume del tempo — le note che predomi- 
nano nell'opera di Paolo Fleming sono quelle stesse che risuonano più sincere 
ed eloquenti nei maggiori poeti di tutte le nazioni e di tutti i tempi : le tre grandi 
note della religione, della patria, dell'amore. 

Abbiamo già veduto nel capitolo precedente alcuni aspetti patriottici della 
musa del Fleming. Quanto alle sue poesie religiose, esse sono abbondantissime 
e alcune figurano ancora adesso nelle raccolte d'inni che vengono cantati nelle 
chiese tedesche. Il sentimento religioso che le anima è profondo, sincero, quasi 
ingenuo. Vi sono molte parafrasi dei salmi biblici e delle parabole evangeliche ; 
ma quelle originali sono spesso d'una toccante semplicità. Alcune poi di grande 
dolcezza melodica, come la seguente che venne musicata da Mendelssohn, e che 
nel metro e nell'andamento rammenta certe odicine del Goethe meritamente 
famose : 



Lass dich nur nichts dauern 

Mit Trauern, 

Sei stille. 

Wie Gott es fiigt, 

So sei vergnugt, 

Mein Wille. 



Was willst du heute sorgeri 

Auf Morgen ? 

Der Eine 

Steht allem fiir, 

Der giebt auch dir 

Das Deine. 



Sei nur in allem Handel 

Ohn'Wandel. 

Steh' feste. 

Was Gott beschliesst, 

Das heisst und ist 

Das Beste. 

che, tradotta letteralmente, significa : 

Non lasciarti turbare dagli affanni : rimani tranquillo. 

Come Iddio dispone sii soddisfatta, o mia volontà. 
Perchè vuoi oggi curarti del domani ? Colui 

che provvede a tutto, darà anche a te il tuo. 
Sii solo senza vacillare in ogni tuo atto, rimani fermo. 

Ciò che Iddio decide, questo si dice ed è, il meglio. 

Un'altra pure notissima è quella che comincia « In alien nieinen Thaten », 
composta dal poeta a Riga nel novembre 1633 : è un canto di piena rassegna- 
zione ai voleri di Dio, e anche questa è di squisita musicalità. 

In tutte le mie azioni io lascio che mi consigli l'Altissimo, che tutto può e tutto ha. In qualunque cosa 
perchè riesca, deve Egli stesso darci consiglio e aiuto. 

In qualunque cosa ch'io faccia, ogni mia fatica, ogni mia cura riuscirà vana, qualora non mi soccorra la 
Sua volontà e il Suo favore. 

La sua grazia, a cui m'affido, mi protegge da ogni danno, da ogni male. S'io vivo secondo la sua legge, 
nulla mi potrà recar danno, nulla mi mancherà di ciò che mi giova 



343 

Poi, pensando al lungo viaggio in paesi stranieri e remoti che sta per intra- 
prendere, continua : 

10 vado in paesi lontani per giovare al mio stato cui Egli m'ha destinato. La sua benedizione mi 
aiuterà a operare ciò ch'è buono e giusto per servire al mondo da Lui creato. 

Se mi troverò in deserti selvaggi, Cristo sarà pur sempre con me. Quegli che ci soccorre nei perigli, 
saprà ben salvarmi, anche là come qua. 

In questo viaggio Egli ci indicherà la giusta via e ci accompagnerà col suo favore : Egli ci concederà la 
salute del corpo dell'anima della vita, ci renderà favorevoli il tempo, il vento e l'acqua, tutto a seconda dei 
nostri desideri. .... 

11 suo Angelo fedele e pio allontanerà i nostri nemici ; egli ci ha pur guidati sin qui e quasi non 

sappiamo come... 

E prosegue per varie altre strofe nello stesso tono, con eccessive ripetizioni ed 
esuberanze, poi conclude : 

Resta dunque quale sei ora, anima mia, e confida soltanto in Colui che ti creò. Vadan le cose come 
vogliono, il Padre tuo nei cieli sa bene il rimedio per tutto. 

Una delle più belle poesie religiose del Fleming mi sembra quella che co- 
mincia « Tugend ist mein Leben » ; diretta, stringata, senza una parola più del 
necessario, quasi senza immagini, è una fervida invocazione alla virtù, un appas- 
sionato proponimento di vivere rettamente, l'inno d'un cuore pieno di pietà reli- 
giosa e d'un sentimento dritto e onesto. 

Virtù è la mia vita, ad essa io ho dato tutto me stesso. Voglio onorare la virtù, essa m'insegnerà ciò 
ch'essa sola può dare ; poiché essa cresce per la sua stessa intima forza (durch sich) ! 

Né la lunghezza della via, né l'angustia del sentiero mi spaventeranno : pungano pur le spine, mi lace- 
rino i piedi e le vesti ; essa vendicherà tutto con la sua ricompensa. 

Mentre gli altri si trastullano e si danno ai piaceri e al sonno, io non m' indugio : ora è tempo d'affret- 
tarsi, perchè quegli che s'attarda nel peccato, perderà tutto. 

Ogni altra cosa ha la natura della palla, che s'innalza e ricade : le ricchezze hanno l'ali, l'onore allenta 
la briglia, il piacere perde le staffe e precipita nel nulla : la virtù rimane. 

Se io ho con me Iddio e la virtù, la mia giovinezza ha tutto quanto le dà valore : essi rimediano a ogni sof- 
ferenza, essi ci danno tutte le gioie che invochiamo. 

Notevole è pure il Cantico di Natale, la cui prima parte svolge lo stesso 
argomento che il Manzoni racchiudeva, in forma assai più poetica e artistica, nella 
sesta strofa del suo Inno : 



Dalle magioni eteree 
Sgorga una fonte e scende... 



ecc. 



In Fleming l'idea, o similitudine o allegoria che dir si voglia, è assai più diluita 
e, direbbesi, quasi materializzata, ma in fondo rimane quella stessa che è nel 
Manzoni : la benefica influenza della fonte di vita riversatasi sul mondo con la 
nascita del Salvatore. 

Spandi la tua rugiada, o cielo ; scioglietevi, o nubi, e versate la pioggia sulla terra, sì che si guardi il 
Giusto, da cui per tanto tempo il mondo è stato lontano e rifugge pauroso. 

Sì, ecco le prime gocciole, l'aria s'inumidisce e cade la benefica pioggia. O uomini, guardate, qui guar- 
date ! Ecco qui la salvezza del mondo. Questo bimbo è la rugiada, è la pioggia che farà germogliare la terra. 

Sembra a me, o è realtà, che già tutt'intorno il suolo è risanato dal male, per mezzo di questo pio umidore? 
e che le valli, i campi, le alture si son già tutte rivestite del loro ornamento più bello ? 

Salve, o notte invocata, in cui le labbra della Vergine casta han baciato un figliuoletto ancor prima 
ch'ella lo potesse ben vedere : un figliuolo che a buon dritto potrebbe ben dirsi padre ! 

Il nostro cielo è in quella stalla. Porgigli, o pastore, col suono della cornamusa il tuo saluto d'onore : 
tu ti farai certamente udire dal possente coro degli angeli. 

Vola, o dorato occidente, e spargi dai prati celesti il trifoglio, e l'aria si riempia di narcisi e di gigli invece 
che di candida neve, sì che il Bimbo divino giaccia quieto nella serena sua culla. 

E voi animali che siete nella stalla, spirategli intorno il vostro alito caldo, sì che il freddo non lo toc- 
chi ; non turbatelo nel suo riposo. E tu intanto, o Vergine Madre, pensa di Chi tu sei la nutrice !... 

Mi sembra che questo cantico, nella sua ingenua dimestichezza, spiri un 
senso di umanità dolce, tenera, intima, che mancherebbe se la musa del poeta 
si alzasse a più elevate considerazioni. Ma nelle ultime strofe egli ritorna al pen- 
siero assillante degli orrori del tempo, alle desolazioni della guerra e della peste. 

24 - A. CXXXI • V. 127 



344 

O tu, piccolo ospite, e insieme grande padrone del vasto mondo, concedi dunque al nostro regno che 
possa aver la pace e che, insieme al vecchio anno, se ne vadano tutti i flagelli. 

Benedici alla nostra città, quasi a mezzo perita, fa che possa risorgere e ritrovare ancora tutto quello 
che la guerra ha rovinato. Scaccia tutti i morbi e purifica le arie infette. 



L'amore — il terzo dei grandi temi lirici; fleminghiani — ha, com'è facile 
comprendere, un'estensione prevalente nell'opera del nostro poeta. Dalla rac- 
colta delle sue poesie amorose, pur fatte le debite proporzioni per l'arte e per l'in- 
gegno, par di sentir spirare un po' l'aria del canzoniere petrarchesco, anche se 
invece di un'unica Madonna Laura, c'incontriamo in una molteplice serie d'in- 
spiratrici, e si riceve l'impressione d'una vita sentimentale ricchissima. Affret- 
tiamoci però a dire che gli infiniti nomi di donna ai quali sono rivolti questi canti 
— Anna, Salibene, Basilene, Elsgen, Elsabe, Cinzia, Anemone, Dorinne, Salvie, 
Balthie, Cordolie, Suavie, Olimpia, Sidonia, Fulvia, Amandula, Rosilla, Rubella, 
Filotata, Amene, Panomfe, Filene, Sideria, Desideria, Osculana, Dulcamara !!... 

non corrispondono tutti a donne diverse, ma molti non sono che anagrammi 

di uno stesso nome o del paese dov'esse abitavano. 

Come tutti i poeti, anche il Fleming celebra le gioie e le pene dell'amore, le 
rinuncie, i rimpianti, i baci, i dolci ricordi, le dolorose separazioni ; ma ci pare 
evidente — malgrado l'accento di sincerità che spira da quei versi — che il poeta, 
più che la donna, amasse l'amore. L'imitazione dei poeti italiani e francesi lo por- 
tava naturalmente in questa direzione ; la tradizione, le usanze, anche il ricordo 
dei Minnelieder, fonti inesauste della poesia tedesca, lo mantenevano in questa 
artificiosa disposizione, in questa specie di serra calda, dove il fior dell'amore 
(letterario) cresceva forzato e spinto a un eccesso di sviluppo. 

Ma anche in questo campo, tanto fertile di gonfiezze, d'incongruenze, di 
concettini, il Fleming lasciò notevoli esempi di pura poesia, uscita spontanea dal 
suo sentimento, non frutto artificiale delle cerebralità prearcadiche e pedisse- 
quamente imitative di tanti altri suoi contemporanei, tedeschi, italiani.^ fran- 
cesi, spagnuoli. E non è raro il caso di trovare in queste sue poesie d'amore 
degli accenti nuovi e freschi, delle espressioni felici e toccanti, che attestano vera 
inspirazione poetica, anche se soffocati talvolta dalle solite preziosità e gonfiezze. 
Ora vanta la bellezza della sua donna, come nei versi intitolati « Von den Blu- 
men », nei quali però l'accumularsi delle immagini nuoce, facendone più che altro 
un pezzo di bravura. : 

Il latte e sangue della rosa deve cedere dinanzi alle sue guancie ; non c'è garofanino rosso che uguagli 
la sua bocca ; il fior di zafferano muore appetto allo splendore dei suoi capelli ; il •< non-ti-scordar-di me » si scorda 
anche di se stesso per lei. Bianchissimi sono i narcisi, ma non pari alle sue mani ; le violette impallidiscono di 
fronte a lei ; e il suo collo è più candido di qualsiasi giglio, il suo seno più splendido dell'anemone. L'alito suo 
dolcissimo ha il profumo della rosa muschiata... Che altro dire ?... O fiori, dovete pur confessare ch'ella è mille 
volte più bella del fiore dalle mille bellezze ! (i) 

Secentismo, d'accordo ; ma non privo d'una certa spontanea ingenuità che fa per- 
donare le esagerazioni e i luoghi comuni. 

Così neh' Ode per nozze a Dresda, tutta fresca e fluente, si volge all'amore 
per chiedergli che cosa sia il suo servizio, che cosa sia « questa brama pervertita 
(verkehrt) per la quale più noi siam prigionieri e più ci stimiamo liberi ; e quanto 
più possiamo andarcene liberi, tanto più vogliam restare in servizio... »: 

O tu, piccolo iddio del grande ardore, che c'imprigioni e cuore e spirito, che ci penetri per le midolla e 
per l'anima, che ci abbruci il senno e il coraggio.... 

E nelle Pene d'amore (1635) : 

È questo dunque il dolce sentimento verso cui il mio cuore tendeva bramoso ? È questo il salutare con- 
siglio senza del quale io non avrei potuto guarire ? È questo il frutto tanto invocato della mia malinconia ?... 



(1) Gioca sul nome tedesco della margheritina « Tausendschon ■ 



345 

Come è sicuro il cuore che non conosce se non se stesso, e non brucia d' un'estranea fiamma, che sente 
solo le gioie e i dolori suoi proprii ! Dacché io non sono più mio, è sparita tutta la mia felicità... 

Io dormo e sogno mentre sono sveglio, io mi riposo e riposo alcuno non ho, lavoro e non so a che, piango 
in mezzo al riso, penso, faccio questo o quello, taccio, parlo... e non so che cosa... 

E anche qui l'affollarsi delle immagini stanca e fa cadere il poeta nel solito 
giochetto delle antitesi, còme in « Flehen der Liebe », invocazione ardente alla 
sua donna (forse Elsabe Niehusen) e in « Salibene » (anagramma di Elsabe), e in 
« Frei und froh'», il canto dell'indifferenza e della libertà ricuperata, diretto con- 
tro una Cinzia (che non sappiamo chi fosse) e le cui sei strofe finiscono tutte col 
ritornello : 

Zynthie sei, wer sie sei, 

ich bin froh, dass ich bin frei ! 

E tuttavia, nonostante le acerbe pene sofferte, nonostante la libertà ricu- 
perata, nonostante i buoni propositi e le rinuncie, egli torna a invocarlo questo 
amore, questa « verkehrt Verlangen » e s'abbandona di nuovo all'antico eterno 
sentimento, in una specie di palinodia (Eile zum Lieben), che è tutto un inno 
all'amore, spensierato e incondizionato, pur con un fondo di malinconia e di 
presentimento. 

Amatissima, che tale tu sei veramente, se vuoi esserlo più che a parole, non lasciarti sfuggire il breve 
indugiar di questi anni, che inavvertiti fuggon da noi come fiumi, come freccie ! 

La giovinezza ama ed è amata. Perchè vuoi rattristarci, te e me ? Questa dolce realtà dell'amare è di 
ogni cosa : e quando noi siamo ancora nel verde dell'età, essa ci attira il contraccambio. 

Questo tuo collo, miscela di latte e di sangue, queste tue morbide mani, passeranno : la fine verrà per 
tutto quanto ora ci è si caro, e ciò che ora ci fa vivere presto sarà preda della morte. 

Godiamo ora il fiore di nostra gioventù, prima che gli aridi anni dell'inverno striscino d'argento la 
massa d'oro dei tuoi capelli, prima che le mie labbra si sbianchino e sfuggano e siano sfuggite. 

Donati a me, com'io mi dono a te, e sta sicura ch'io posso ridarti ciò che m'hai dato : ciò che tu hai 
rimane tuo, pur restando non meno mio. 

Siate, o Dei, concordi con me. Aiutatemi a celebrar le sue lodi : essa è la vita della mia vita, l'ornamento 
d'ogni ornamento ; e il premio della bellezza spetta solo a Pamphilene. 



Se, come dicemmo, molti dei numerosi nomi di donna che figurano nel can- 
zoniere amoroso del Fleming sono semplici anagrammi di uno stesso nome o si 
riferiscono alla stessa persona ; e se è pure certo che molte delle donne da lui 
cantate sono creature di fantasia, tuttavia, il romanzo nella vita del poeta ci fu. 

Durante il viaggio in Russia e in Persia dell'ambasceria inviata dal prin- 
cipe d' Holstein, di cui parleremo più avanti e alla quale prese parte anche il 
Fleming, la spedizione si fermò tre settimane a Reval, sul golfo di Finlandia : in- 
vece il Fleming vi rimase per quasi un anno, e là ebbe occasione di conoscere la 
famiglia del signor Enrico Niehusen, grosso negoziante di Amburgo, da alcuni 
anni trasferitosi a Reval. Diciamo di passaggio che questo riposo di circa undici 
mesi fu per il Fleming assai importante e fruttifero, perchè il giovine poeta ebbe 
colà occasione di frequentare varii dotti e letterati, specialmente alcuni profes- 
sori del ginnasio di Riga, i quali contribuirono a ridestare in lui la fiaccola della 
poesia e lo spinsero a continuare ne' suoi studi letterari. Si strinse poi in cordiale 
amicizia col teologo Reiner Brockmann e coi poeti Vulpius e Timoteo Polus, che 
formavano con pochi altri l'aristocrazia letteraria di Reval. 

Prima ancora che coi Niehusen il Fleming si legò colla famiglia del consi- 
gliere Giovanni Mùller, signore ereditario di Kinda, presso Reval, il quale era 
parente dell'ambasciatore in seconda Briiggeman ; e presso di lui i viaggiatori 
trovarono un'amichevole accoglienza. Il Fleming diventò ben presto assiduo della 
famiglia, tanto che già al 14 febbraio celebrò con alcuni suoi versi un festoso anni- 
versario famigliare. Vivevano in quella casa sei figlie, una delle quali Maria, si 
fidanzò poi coll'ambasciatore Crusius, e un'altra, Caterina, con Adamo Olea- 
rius, lo storico di quel famoso viaggio, e ad esse il Fleming dedicò varie poesie. 

Fu il Mùller che lo introdusse nella famiglia Niehusen. Anche qui c'erano 
ancora tre figlie nubili : la maggiore, Elisabetta, sposò più tardi un pastore di 
Reval ; la seconda, Elsabe, fu quella che immediatamente conquistò il cuore del 



346 

nostro poeta, che ad essa dedicò le sue più belle poesie d'amore ; la terza figlia, Anna 
(che poi diventò la vera fidanzata di Fleming e sarebbe divenuta sua moglie se 
egli non fosse morto pochi giorni prima delle nozze) aveva allora soltanto quindici 
anni. Nelle poesie indirizzate a queste sorelle, il Fleming cela i loro nomi sotto il 
velo trasparente della metatesi : Elsabe diventa Salvie, Basile, Basitene, Salibene, 
Salibande, Elsgen, oppure Valeria (anagramma di Reval) o Balthia (dal mar Bal- 
tico), e Anna prende gli pseudonimi di Kandore, Korile, Cordolie e forse altri. 
' Elsabe non corrispose da prima ai sentimenti dell'ardente giovinotto, ma 
poi pare gli desse qualche speranza. In ogni modo non ci fu un fidanzamento uffi- 
ciale, ed egli si consolava pensando che al suo ritorno dalla Persia, avrebbe potuto 
finalmente raggiungere il suo intento. Senonchè Elsabe, o perchè non sentisse 
bastante affetto per il giovine poeta, o perchè temesse che quel viaggio in paesi 
tanto lontani si prolungasse indefinitamente, aveva ottenuto da lui la promessa 
che, una volta giunto a Mosca, avrebbe rinunciato al viaggio in Persia e sarebbe 
tornato a Reval. Le circostanze non permisero a Fleming di mantener la parola, 
e da Mosca dovette proseguire con l'Ambasceria verso la Tartaria e la Persia 
(marzo 1636). Durante il viaggio scrisse varie delle sue odi migliori e molti so- 
netti, indirizzandoli all'amata ; ma Elsabe, forse indispettita per la mancata 
promessa, o, più probabilmente, già presa da altro sentimento, mandò al pere- 
grinante poeta (in agosto, a Wassiligorod) una lettera adirata e piena d'amari 
rimproveri. Da quel momento il povero Paolo ebbe la dolorosa sensazione del- 
l'abbandono, e visse in un'angosciosa incertezza, specialmente poi che, dall'ot- 
tobre in avanti, la giovine donna non gli mandò più alcun saluto. I presentimenti 
si confermarono e diventarono certezza, quando nel marzo del 1637, a Scia- 
machi, egli ricevette la notizia che Elsabe s'era fidanzata con un professore di 
Dorpat, che qualche tempo prima era stato insegnante in casa Niehusen. Que- 
st'ultimo particolare rende assai probabile la congettura che la ragazza avesse 
rifiutato di fidanzarsi con Fleming, tenendolo — con caratteristica astuzia fem- 
minile — in sospeso, finché l'uomo da lei veramente amato si fosse dichiarato 
e deciso. Le nozze ebbero luogo il 12 giugno dello stesso anno, e pare che Fle- 
ming nel frattempo, aiutando le distrazioni del viaggio, avesse avuto campo di 
consolarsi alquanto della perdita fatta, perchè mandò agli sposi una poesia augu- 
rale. È anche possibile che sin d'allora il poeta nutrisse la speranza di trovare 
nella giovinetta Anna, la sorella minore di Elsabe, un conforto e un sostituto a 
quest'ultima. Le poesie ch'egli le indirizzò sotto vari nomi — Anemone, Amnie, 
Korile ecc. — fanno supporre che anche Anna da principio si mostrasse ritrosa ; 
ma tuttavia l'amore vinse gli ostacoli, e all'8 di luglio del 1639, subito dopo che 
l'ambasceria aveva fatto ritorno a Reval, ebbe luogo il fidanzamento. 

Però il romanzo d'amore di Fleming non doveva aver lieto compimento. 
Prima di condurre in patria la gentile giovinetta, egli volle addottorarsi in medi- 
cina all'università di Leida (23 gennaio 1640), ma giunto ad Amburgo il 20 marzo, 
il 27 era già a letto gravemente ammalato e il 2 aprile, a trent'anni, spirava. 



Le poesie del Fleming, che accompagnano e commentano questo piccolo 
romanzo, sono tra le migliori e più spontanee del suo canzoniere amoroso. Fin 
dalle prime, scritte durante il soggiorno di Reval, notiamo nei facili versi del poeta 
una nuova aria di letizia amorosa, una mistura di passione e di contento, come se 
finalmente egli avesse trovata la donna ideale da poter amare e a cui dedicare il 
cuore e la mente.... Non senza contrasti però, che vediamo adombrati nella breve 
ode a Salibene (anagramma di Elsabe) per quanto essa sia d'andamento pastorale 
e arcadico. « Wenn wir nicht so widerstrebten...» Oh come staremmo bene — egli 
esclama — se non contrastassimo tanto ! se vivessimo solo per noi stessi, io presso 
di lei, ella presso di me, in uguaglianza d'amore !... Sembra infatti che sin da 
principio la reciprocità dei sentimenti non fosse pronta né facile. 

O tu, bella Salibene, guarda come tutto s'ama e s'esercita nelle dolci gioie. Tutto vien mosso dal pia- 
cere ; mentre noi concediamo il nostro tempo solo alla triste solitudine.... Pensi tu che ciò convenga ? 



347 

E quando ha potuto ottenere da lei, dopo lunghe riluttanze, un mezzo consenso, 
che deve però rimanere un segreto fra loro due, egli cerca di consolarsene, pur 
lamentandosi : 

Che ella debba restar qui come se io le fossi sconosciuto, ciò non significa che il suo sentimento sia mu- 
tato. La sua fedeltà nei nostri rapporti non conosce cambiamenti. 

Amore ama cotali cuori, che son padroni della bocca, che nella tristezza possono scherzare, ed esser 
lieti nel dolore, come un bimbo. Chi vuol essere senza rancori nell'amore, deve esercitarsi nel nascondere.... 

E se ella mi ha nel cuore, il suo occhio non mi vede. Non è al di fuori, è nel suo intimo quello che mi pro- 
mette il suo amore. Se le sue labbra debbono tacere, pure ella pensa : egli rimane solo mio. 

Proprio così, sorella, non lasciar trasparire ciò che segretamente ti diletta o t'addolora. Con l'azione è 
facile tradirsi, e solo sicuro rimane quegli che molto pensa. Lasciali dire ciò che vogliono : noi ben sappiamo 
ciò che sappiamo. 

Rimani immutata, conservati come fosti e ancora sei. E non pensare, perchè non ti scrivo, che il 
mio pensiero t'oblii. Io penso tanto di continuo a te che mi dimentico di me stesso. 

In un'altra ode di quel tempo (un acrostico di sei sestine formanti il nome di 
Elsabe) loda la sua virtù « che splende in lei dinanzi alle altre, come la piena 
luce della luna fra mille piccole stelle ». Le brame di lui non vanno oltre la fe- 
deltà dell'amata : « la sua verità garantisce ciò che il suo favore mi ha promesso: 
se ella è mia, allora ho il tesoro di tutti i tesori ». 

E quando è costretto ad allontanarsi dalla sua diletta, partendo da Reval 
per il nuovo lungo viaggio verso la Persia, le rivolge un mirabile sonetto, nel quale 
pare tremi un presagio del futuro abbandono : 

Addio ! Oh la dura parola ! Io non posso partire senza timore ; l'angoscia mi prende nel lasciarti. Per- 
chè, come si dice giustamente, l'assenza spegne la luce : ecco ciò che s'annida nel cuore nelle nostre gioie. 

E questo timore mi suscita una tal sofferenza, che ho ben diritto di lasciar scorrere sul mio viso un tor- 
rente di lagrime... 

Eppure io parto soltanto a guisa dell'uccello, che, prigioniero del filo che lo trattiene, ritorna sempre, sem- 
pre tratto dalla sua brama. 

O cara, il tuo viso è per me la rete in cui il mio spirito s'è smarrito e fu fatto prigioniero, così che, dovun- 
que io sia, esso ritorna sempre a te. 

Lontano, si consola della separazione versando la piena del suo affetto in 
versi melodiosi e spontanei. Eccone alcuni fra i tanti di quel periodo : 

È inutile lamentarci di ciò che soffriamo, io per te e tu per me. È vana, o fanciulla, la pena da cui ora 
siam presi. 

Lascia che il destino si compia ; ciò che ti adorna costì, ciò che mi conduce qui, tutto questo rimane 
sicuramente nostro. E quello che ora tanto ci affanna, è pur quello che ci dà gioia. 

Intanto tu rimani mia, mia più di me stesso, e pensa ch'io sarò eternamente tuo : amor fedele non si piega 
e mantiene per sempre ciò che ha promesso... Il mio cuore, che ora tanto si tormenta, ha scelto te e nessuna 
altra. 

Rimani come t'ho lasciata, e che un giorno io ti possa abbracciare lieta e ridente, te che ora piangi. E 
per questa breve pena, noi avremo quella eterna gioia. 

Affrettatevi, correte, o giorni tristi, affrettatevi a passare, a liberarmi da ogni mio tormento. Venite, 
non indugiatevi, o ore serene, a darci la profonda gioia d'essere riuniti ! 

Notevole è anche un'altra ode, dove il poeta celebra il cuore fedele della 
sua Elsabe, ode che fu musicata più volte appunto per la sua melodiosa scorre- 
volezza : sei sestine che finiscono tutte col ritornello : 

Mir ist wohl bei hochstem Schmerze, 
Denn ich weiss ein treues Herze. 

— Io sto bene anche nel più grande dolore, perchè conosco un cuore fedele. 
Se anche la fortuna cambia e ci si fa contraria, un cuore fedele ci aiuta a lottare 
contro tutte le avversità. Il suo contento sta nella soddisfazione degli altri, tiene 
per suo l'altrui dolore e non muta nei tempi contrari. Il favore che corre dietro 
alla fortuna, al denaro, alle ricchezze, diventa polvere ; la bellezza presto ci ab- 
bandona, ma il cuore fedele rimane... ^Nulla è più dolce di due cuori fedeli che 
vogliono essere uno solo.... i 'È , 'questo°'che mi rallegra, ed ella consente con me. 

La massima*parte delle poesie che il Fleming ha dedicato a Elsabe in questi 
primi mesi di viaggio, ribattono tutte lo stesso tema : che più lontano egli va, e 
più i due cuori sono stretti fra loro. Ma non tarda a venire il tempo in cui egli 
non è più sicuro dei sentimenti della sua diletta. Gli son giunte delle voci ; dicono 



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che Elsabe ama un altro e chi gli si è fidanzata.... Il sonetto che egli le manda 
(An Adelfie) pare — nel suo caratteristico andamento prosaico — un'indignata 
lettera di rimproveri : 

È egli vero, come mi affermano, che appena io fui partito da te, tu concedesti a un altro il tuo affetto, 
che ti sei promessa a lui e, dicono, anche sposata ? 

Lo temo, e quasi lo credo. Certamente t'avrà indotta a ciò il lungo viaggio che dovevo intraprendere, e 
qualche bocca piena di veleno (vergàlltes Maul) ti avrà riferito qualche storiella menzognera. E tu hai messa te 
e me a repentaglio ! 

Lo temo, e quasi lo credo. Non v'ha solenne promessa che il sospetto non possa indurre a rompere vergo- 
gnosomente. Tale era dunque, sorella, l'animo tuo che pur mi si era tanto solennemente promesso ? 

Se tu facesti questo, io non crederò più in avvenire al più sacro giuramento d'una donna. E voi tutte per- 
donatemi, per quello che m'ha fatto una sola ! 

Ma purtroppo la verità gli vien presto confermata ; e tutte le poesie di quel 
periodo sono piene dei suoi lamenti. Égli tenta di consolarsi, e va moraleggiando 
e filosofando sulla crudele perdita sofferta, ma non può soffocare il suo dolore. 

Un mercante, che affida tutti i suoi beni a un'unica nave, si mette in grave periglio, perché può perdere 
d' un sol colpo tutta la sua proprietà. Erra colui che costruisce tutto su una sola fortuna. 

S'io penso a me, un brivido mi corre per le ossa ! La mia nave s'è infranta, il mio bene è andato som- 
merso : nulla pia affatto, ecco ciò che mi resta ; è presto calcolato ! Io ho la fatica e l'angoscia, un altro ha la 
mia sposa.... 

irpoeta si scaglia contro il suo fato crudele, che si accanisce su di lui {An 

sein Verhàngniss) : 

Guarda il martirio che mi consuma ! Fino a quando dovrò io esser battuto da questo uragano ? Non hai 
per me un raggio di sole ?... Come puoi tu essermi sempre avverso, o destino ? Ogni altra cosa tu muti e avvi- 
cendi : solo tre cose restano immutate : il tuo odio, la collera dell'amata e questo mio dolore ! 

Tuttavia la catarsi non doveva tardare. E se in alcuni sonetti di questo 
tempo (come « An seine Schmerzen » e « Von sich selber ») egli sembra ritornato 
al più vieto secentismo, e son pieni di lambiccature, di antitesi, di concettini, nei 
quali va a naufragare la sincera espressione del suo dolore, pure anche qui si tro- 
vano accenti nuovi e risentiti, e versi veramente bellissimi, come questo : 

Der Liebesdurst verzehrt mir Mark undfBein 

(la sete d'amore mi consuma il midollo e le ossa) finché può espandere la piena 
dei suoi sentimenti in un'ode (Entsagung, rinuncia) che è certo tra le sue migliori 
per sincerità, forza e purezza di espressioni : 

E se non può esser diversamente, se tu devi essere da lei odiato, lascia dunque la vane speranze, o animo 
mio, e accetta le cose come sono. Beato colui che s'accontenta di ciò che il suo destino gli ha fissato ! 

Non c'è miglior consiglio che sopportare quello che mutar non si può. Un animo vile s'abbandona allo 
sgomento ; ma il mantenersi costante forma l'uomo, ed egli si mostra uguale nei due aspetti, nella gioia e nel 
dolore. 

SI, dovrò molto di sovente sospirare, pensando a quel tempo quand'io potevo a buon diritto baciare la 
sua bocca bella, quand'io potevo cogliere dalle sue labbra la dolce essenza di vita. 

Ma che fa ? Perché affliggermi se ciò non fu che un vano delirio ? Tanto più debbo volgermi là dove l'eroi- 
smo mi chiama a combattere con animo valente le velenose dolcezze. 

Ho potuto assai riflettere su questo. Il saggio non costruisce sulla rena. Chi vorrà cercare conforto nei sen- 
timenti leggeri, la fermezza nell'incostanza, nell'ombra la luce, nella morte la vita ? Forse che il Nulla può 
darmi il Tutto ? 

Il facile favore delle donne false è un ghiaccio fragile e lubrico, inganna il piede che su lui s'affida 
e non resiste più che il freddo al calore ; esso abbaglia gli occhi, poi si scioglie in acqua tra le mani. 

Chi confida in esse ara nel vento e semina sull'oceano selvaggio, né si poserà mai sui solidi fondi marini 
celati nell'abisso ; scrive la sua memoria nella neve, e attinge — come le Danaidi spietate — l'acqua coi dogli 
forati. 

Il vento corre libero e senza freno, il lieve dardo s'affretta verso il bersaglio, il possente lampo ha ali lievi, 
la cascata si precipita giù all'improvviso.... Ma in paragone del sentimento femminile son tardi il vento, la frec- 
cia, il lampo, la cascata. 

Chi mai vorrà lavar le macchie dal dorso della pantera ? Non valgon sapone e cenere a sbiancare la nera 
pelle del moro. L'incostanza, le facili leggerezze sono innate a tutte le donne. 

Che cosa gioca più vagamente delle fiamme dorate ? ma anche che cosa brucia più di loro ? Là dove pia- 
cere e pericolo vanno uniti, la felicità non è mai costante. Sta attento, tu che ami troppo audacemente, che la 
tua gioia non si muti in dolore ! 

Chi non sa che Venere si punse nel cogliere le rose di Adone, tanto che il vivo sangue scorse sul suojviso 
ferito ? Cosi crebbe l'animo all'arbusto, che ne prese il colore e germogliò le rose purpuree. 



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Il dolce succo delle api d'oro ti sedusse, o Cupido ; e quando, audace, ti chinasti troppo su esso, ne rice- 
vesti un'atroce puntura. Questo tuo esempio sia d'insegnamento per tutti : dove c'è il miele, c'è anche il fiele. 

Tutte le cose hanno in sé un mutamento. Dopo lo splendore del sole viene il lampo della tempesta, al 
giorno segue la notte, le lagrime del dolore succedono al gaio riso, alla voluttà segue la pena. E quella stessa 
che ieri t'amava oggi ti rattrista. 

Non ch'io speri (poiché la speranza sta spesso vicina alla disperazione) che ella mi possa amare ancora : 
no ! essa ha avuto da natura un sentimento, a cui l'acciaio non è paragonabile, e a cui cedono i duri diamanti. 

Ella non può vantarsi di avermi abbandonato. Io posso, lode a Dio, vivere senza di lei, so ciò che ella 
è e quello che sono io. Quando uno v'è incappato una volta, non vi tornerà una seconda. 

Se ella ora non vuol saperne di me, se non mi chiama né amico né nemico, pure ella dovrà sempre dire 
di me che il mio sentimento era sincero.... 

O voi, tossico del tempo, voi, peste della gioventù, Venere, Amore, via, via da me ! D'ora innanzi io non 
servirò che la Virtù : voi appassite e questa invece mantiene sempre il suo splendore. Solo chi si dona tutto alla 
saggezza, ama ed è amato veramente. 

Vieni, o dorata libertà, vieni, o mia vita, e mettimi in capo il tuo berretto ! Io ho dato addio al frivolo 
corso delle vanità. Rimanga ella a se stessa, com'ella vuole ! Io pure non sono più d'altri che mio. 

C'è in quest'ode troppo moraleggiare, troppa didascalica, e le due imma- 
gini mitologiche di Venere e Cupido fanno un po' da zeppa, specialmente la prima; 
ma c'è anche molta sincerità di sentimento. E quei versi della penultima stanza, 

Ihr Gift der Zeit, ihr Pest der Jugend, 
Weg Venus, Amor, weg von mir ! 

ci ricordano da vicino 1' « improbe Amor » virgiliano e l'imprecazione del De Mus- 
set : « Amour, fléau du monde, exécrable folie, etc. ». 

Sembra però che la disillusione sofferta, l'acerba ferita ricevuta, non vales- 
sero a correggere il temperamento amatorio del nostro poeta, bisognoso d'affetto 
per l'espansione passionale del suo animo, bisognoso fors'anche di un oggetto 
concreto su cui riversare la piena dei suoi sentimenti. E infatti, ancora durante 
l'interminabile viaggio, egli rivolse presto i suoi pensieri alla graziosa figura di 
Anna Niehusen, la giovinetta sorella di Elsabe che aveva conosciuta quattordi- 
cenne durante il suo soggiorno a Reval. C'è in questa pronta sostituzione d'una 
nuova fiamma all'antica una prova, non della superficialità dei suoi sentimenti, 
ma di quella tendenza che si riscontra sovente nei giovani d'animo appassionato, 
i quali — più che la donna singola — sogliono « amar l'amore ». 

Anche per Anna egli scrisse varie belle poesie, dove, tra l'altro, la chiama la 
più bella, la più casta, la più pia, e si scusa di non poter alzare una lode degna 
di lei, divina fanciulla (gottliches Menschenkind) (i). 

...Nel 1639 poi, sulla via del ritorno, quando già da un anno Elsabe s'era 
sposata, il suo animo aveva tanto riconquistato di calma e di ragionevolezza, da 
lasciargli comporre un'ode dedicata agli sposi, nella quale rivolgendosi al marito 
(« ch'io conosco solo per notizia avuta », egli dice) gli chiede come mai abbia osato 
scegliere fra le tre sorelle lei, « das Herzblatt », lei, la gloria dei genitori, la eletta 
della virtù. E, in un tono che ha un lieve sapore tra il comico e l'accorato, 
continua : 

Io so bene che questi versi non vi giungono al giusto tempo. La smania di viaggiare mi ha condotto 
troppo lontano da voi.... Io mi scioglievo in sudore nell'arido paese dei Parti, mentre il beato Baltico vedeva 
sulle sue rive palpitare al vento la vostra tenda di nozze. La notizia mi pervenne, lenta sì, ma pur vivace e da quel 
momento io sto viaggiando da anni e da giorni verso di voi ; son passato per tanti popoli, per tanti regni, e 
ancora non sono giunto al luogo di riposo (2) Se Dio lo vuole, e se la Russia non mi tratterrà troppo a lungo, 
io spero — prima che i fiumi si sciolgano dai loro ceppi d'acciaio, e che l'ultima neve se ne vada — di potervi 
salutare con gioia. . . . . 

E frattanto, coppia fedele, amatevi di scambievole amore (3) d'anno in anno, di giorno in giorno, di 
ora in ora ; la scelta reciproca, l'amor ricambiato vi uniscono ormai. E tu sposa sorella, fa, come tu sai fare, 
che i vostri baci siano i più dolci (4) : Giunone vi consacra alla fedeltà ; e la vostra brama soddisfatta, che ora va 
fa impallidire e arrossire insieme, non sia per voi, né ora né mai, cagione di pentimento. 



(1) Vedi i due sonetti « Der Schonen » e « Der Frommen ». . , . 

(2) Fleming ricevette la notizia delle nozze di Elsabe in marzo del 1637 e solo in gennaio del 39 era 
di ritorno a Mosca. 

(3) Liebt und freit euch. 

(4) Dass sich's auf das Bette kUsst. 



350 



Altre notevoli poesie contiene questo canzoniere amoroso ; ma poiché esse 
trattano i soliti eterni argomenti delle poesie d'amore d'ogni secolo e d'ogni paese, 
e non ci possono offrire nuove speciali vedute sul carattere del nostro poeta, non 
riteniamo opportuno di darne altri saggi, tanto più che, tradotte, esse perdono 
quella freschezza e quella ingenua grazia che formano il massimo pregio dello 
originale. 

Ma, pur fuori dell'amore, della religione, della patria, il Fleming poetò sui 
più svariati argomenti, d'occasione o di fantasia, e alcuni di questi suoi canti 
contengono degli accenni che non mancano d'interesse. Per esempio, il sonetto 
« A se stesso » ci lascia chiaramente intendere che anche sul sentiero letterario 
ch'egli aveva seguito fin dalla prima giovinezza, pur tra lodi e successi, non man- 
cavano le spine e i triboli, Il poeta infatti si ammonisce a comportarsi virilmente 
nelle avversità. « Rimani impavido — egli si dice — non ti scoraggiare del tuo 
stato.... resta più in alto dell'invidia, accontentati di ciò che sei, e non t'afflig- 
gere anche se la fortuna, il luogo, il tempo congiurano insieme contro di te. Pensa 
che quanto ti addolora, quanto ti ricrea è già tutto stabilito : accetta il tuo de- 
stino ; non rimpiangere nulla e fa ciò che devi prima d'esservi obbligato... Ognuno 
è per se stesso la propria fortuna e la propria disgrazia... lascia gli inutili vaneg- 
giamenti e ritorna in te. Chi è padrone di se stesso, chi sa dominarsi, sottomette 
il vasto mondo e tutte le cose ». 

In alcuni versi a Gloger lamenta la vanità della vita e la labilità di certe 
amicizie con note decisamente pessimiste : « Poi che nulla è costante se non l'in- 
costanza, così non si può trovare né ancora né rampone per potersi fondare con 
sicurezza sugli amici... Quanto poi agli usi sociali, vedo molti baciamano e pochi 
cuori fedeli : il tutto si riduce a una mostra esteriore, a uno scherzare fiorito, 
e passa per maestro chi sa far meglio tutto questo. Guarda dunque a chi ti affidi, 
e dirigiti secondo il tempo che fa, anzi prova cento volte quegli su cui vorrai affi- 
darti erigendo sulla sua fedeltà le fondamenta della tua fede ; perchè nulla è 
costante se non l'incostanza ». 

Altri accenni all'invidia e alla malevolenza dei suoi confratelli troviamo 
nel Brindisi per l'onomastico dell'amico Timoteo Polus, dove è anche da notarsi 
l'ingenua e un po' avventata esaltazione del risorgimento delle lettere tedesche : 

Si, assai lontano si è avanzato il degno maestro della nostra lingua (Opitz) ; egli ha aperto la via a noi, 
affinchè ora possiamo sfidare lo sdegnoso orgoglio degli altri popoli. 

Quel ch'era d'altri diventa nostro. Dante, Tasso, Petrarca si ritirano dinanzi a noi. Né Bartas, Sidney, 
Sannazzaro posson gareggiare coi nostri tedeschi, perchè quando cantano Katz, Heinse, Opitz, non posson qui 
risonare canti stranieri. 

Anche il vecchio viene ringiovanito : udite come ora vengono cantate da noi le ardite avventure dei Pe- 
lasgi e le gesta che Roma ha un giorno esaltato negli scritti. Venere e tutto il corteo delle altre dee, da poco 
tempo son diventate anch'esse alto-tedesche.... 

Lascia che oggi seppelliamo ogni dolore, ogni rammarico fra i doni d'Evio vigoroso. Nessuno oggi pensi 
all'invidia che, mentre offende noi, rivolge il suo coltello in se stessa. 

Che t'importa di una laida bocca, che non può far altro se non abbaiare e trarre il male dal bene, sem- 
pre pronta a denigrare e pigra a lodare ? Lascia che costoro dicano quel che vogliono, e noi facciamo quel che 
dobbiamo.... 

Allo stesso Timoteo Polus rivolgeva poco tempo dopo un'ode in morte d'una 
figliuoletta di questo, la cui dolorosa delicatezza contrasta singolarmente con^J 
l'allegria spensierata del Brindisi. 

Dunque l'avete così presto perduta ? scomparsa appena nata la vezzosa bambina tanto amata ! Appena 
vista la luce, ecco subito le fu tolta. Guardate dunque che cosa siam noi, uomini ! 

Come una gentile pratellina, picciola figlia della primavera variopinta, sorge col sorgere del giorno, 
veglia con esso, con esso splende, con e€so ride e con esso tramonta ; 

Cosi anche tu, fiorellino, ti sei nascosto dopo il sesto giorno : ora, morta, tu giaci distesa, e hai recato ai 
tuoi buoni genitori un dolore che durerà a lungo. 

Piangete, o dolorosi, com'è giusto ! Ma essa è là, là dove vorreste andare voi pure ; voi siete nell'afflizione, 
ella nella letizia... Ella se ne è andata dove va tutto il vasto mondo, tutta la natura. Nascere e morire è l'eterna 
vicenda della terra : la morte, ora, è per lei il riposo... 

E qua il poeta ficca, perseguire la moda, un'altra zeppa di quattro strofe 
tra mitologiche e storiche, dove si tirano in campo Babele e il colosso di Rodi, le 



35i 

Piramidi, i Persi, i Greci, la Fenice... e continua le considerazioni morali per 
tre altre strofe ; ma poi finisce bene ritornando al tono semplice, intimo, accorato 
del principio. 

Piccola bimba, sii tu ora beata, e attira anche noi alla nostra volta, su a te nel cielo, sì che noi pure 
entriamo nella schiera dei beati dove tu fosti accolta. 

Questo cestello d' anemoni, che il gelo rispetterà, noi li spargiamo sulla tua tomba : dormi tranquilla 
frescura ! Intorno a te scherzerà in eterno la pia allegrezza del maggio. 



nella 



IV 

P. Fleming nel giudizio dei contemporanei e dei moderni 

Abbiamo già brevemente accennato alla controversia sorta tra gli storici 
della letteratura tedesca a proposito della preminenza di Fleming in confronto 
di Opitz come poeta, preminenza che alcuni negano asserendo che egli non fu 
se non un seguace e imitatore di Opitz. La questione mi pare oziosa, superflua e 
senza base : i due autori debbono essere considerati su due piani affatto diversi. 

Che Martin Opitz sia stato il riformatore della lingua e della metrica te- 
desche nel secolo XVIII è indiscutibile : i tentativi di alcuni scrittori precedenti 
erano stati inorganici e non perseguiti con la necessaria energia e continuità. 
Opitz invece dedicò tutta la vita al suo intento e, soprattutto, fece seguire l'esem- 
pio alla teoria scrivendo numerosi poemi, nei quali egli cercò d'applicare tutti i 
precetti da lui predicati. Che poi questi componimenti avessero un reale valore 
dal punto di vista dell'arte e del sentimento, questa è un'altra cosa. I pregi dei 
poemi opitziani sono infatti prevalentemente esteriori, e cioè la lingua a mano 
a mano sempre più ripulita, la metrica più rigorosa, le rime meno difettose e im- 
pure. Quanto a forza intima e senso poetico è vano ricercarli in essi, o sono sol- 
tanto merce d'accatto, imitazione non sentita né spontanea. Nei suoi precetti 
Opitz indicava le qualità che deve avere il poeta ; diceva che « l'ardore dell'animo 
e l'esaltazione profetica costituiscono l'essenza della poesia e che i precetti da 
soli non bastano a formare il poeta ». In alcuni versi dedicati a Zinkgref diceva : 
«Wer nicht den Himmel fùhlt, nicht scharf und geistig ist... ist zwar ein guter 
Mann, doch nicht auch ein Poet » ; e riteneva essere perfettissimo poeta colui 
che eccelle sugli altri nell'inventiva, nel trovare gli argomenti, nel saper miscere 
utile dulci, nell'insegnamento allegro e bello : ciò ch'egli chiamava « latente teo- 
logia ». Inoltre asseriva che la poesia non può esistere solo per forza propria, ma 
che dev'essere sostentata con arti varie, massime con tutti gli artifici dell'oratoria, 
sforzandosi di scegliere le parole, d'aggiungere ai nomi gli epitteti più adatti, di 
trovare sentenze squisite, di formare abilmente vocaboli nuovi, sopra tutto stu- 
diando con somma diligenza gli scritti dei latini e dei greci : che perciò la poesia 
consiste nelle amplificazioni, nelle allegorie, nei traslati, nelle digressioni, nelle 
comparazioni, nelle antitesi, nelle piccole arguzie, negli aforismi ; insomma 
nella poesia deve celarsi tutta l'arte retorica, ecc. ecc. (Vedi Buch von der deut- 
schen Poeterei, Cap. 8, 2, 3, 6, passim) Riteneva anche che nulla vi fosse di più 
efficace che l'imitazione degli esemplari stranieri. Il poeta non era dunque per 
lui che un artefice di sillabe sonore e la poesia un'arte meccanica alla quale, 
come alle altre arti, ognuno poteva accedere, anche se natura non gli aveva con- 
cessa alcuna qualità del poeta. 

Opitz fu dichiarato padre e riformatore delle lettere tedesche, e tutti si 
diedero a imitare i suoi poemi e a seguire i suoi precetti, durante tutto quel 
secolo e per molti anni ancora giù fino a Klopstock. Anche i più dotti letterati 
non si sottrassero alla sua influenza e restarono strettamente attaccati alla poe- 
tica opitziana : nessuno ebbe bastevole ingegno per sollevarsi al di sopra del 
maestro ed esimersi dall'imitarlo. 

L'unico che seppe staccarsene fu Paul Fleming : non da principio m yerita, 
ma nelle poesie della più matura giovinezza. Nei suoi primi versi infatti l'imita- 
zione di Opitz è evidente, benché qualche slancio, qualche libertà fuori dalle stret- 



352 

toie della dottrina opitziana vi si possano trovare, e facciano già presagire il futuro 
sviluppo del poeta. Ma l'influenza del maestro su di lui fu grande, e sarebbe 
stato meraviglia se egli — giovine com'era, quasi ragazzo — avesse potuto sot- 
tracene ; quando infatti nel 1624 Opitz pubblicò il suo libro sulla poesia tedesca, 
diventato tosto celebre, il Fleming, appena quindicenne, studiava ancora alla 
Thomasschule. Come si disse, egli conobbe Opitz anche di persona a Lipsia, 
pel tramite dell'amico suo fedelissimo Gloger : anzi in quell'occasione Opitz, a 
cui il Fleming aveva dedicato un epigramma, scrisse nell'album del giovine poeta 
in ringraziamento, riferendosi al motto « Festina lente » adottato dal Fleming, 
questo distico : 

Nil video quod te tardum credamus, amice ; 
qui te non sequitur lentior ille mihi est ; 

aggiungendovi : « Egregio veraeque eruditionis Paulo Flemingio Hartensteinio 
testando amori et amicitiae scripsi Martinus Opitius Lipsiae MDCXXX ». 

L'imitazione di Opitz è più evidente nelle Silvae e nei Salmi, benché questi 
ultimi siano quasi tutti delle parafrasi. Come Opitz, anche il Fleming usò e abusò 
della mitologia, introducendo — anche nelle poesie religiose — dei e dee con le 
relative favole, cosa ritenuta allora quasi necessaria alla poesia, e vi si ve- 
dono mescolati eroi antichi ai moderni, gli espugnatori di Troia e Alessandro 
Magno, greci, saraceni, cavalieri crociati. Nella « Klaggedichte uber das unschul- 
digste Leiden und Tod Jesus Christi » e nella « Gebet Manasse » il Fleming invoca 
Minerva, ricorda Altlante, celebra Cristo « von Tityrus Schalmei », cita Eolo e 
Nettuno e Giuda Iscariota e Pluto e Flegetonte e Tisiphone, Minos, Issione, lo 
Stige, il Cocito, Cerbero e persino Antrodoco col leone ; senza parlare poi delle 
sgangherate perifrasi e dei buffi paragoni. Difetti del tempo, del resto. 

Nelle poesie più giovanili vi sono anche notevoli difetti di tecnica, sopra 
tutto rime spurie condannate anche dalle regole opitziane, benché di tali rime si 
abbiano molti esempi anche nei maggiori poeti dei secoli successivi. In genere 
queste imperfezioni dipendevano dalla grande facilità che il giovine poeta aveva 
nel verseggiare e dalla nessuna cura che si prendeva per limare i suoi versi : anzi 
Buchner nel 1632 gli rimproverava tale trascuranza. Del resto Fleming stesso 
fa un giudizio assai severo dei suoi componimenti più giovanili. Nell'ode in morte 
di Gloger, mentre piange la partenza dell'amico incomparabile, lamenta di aver 
perduto con lui anche l'aiuto e il conforto dei suoi suggerimenti : 

« Come su le aspre vie dell' oceano infuriato ondeggia una fragile navicella, cosi vacilla il mio palischermo 
che ora deve affrontar da solo il mare dell'arte. Mi trovo su un sentiero selvaggio, il mio remo s'è spezzato, 
la mia àncora è andata perduta nell' abisso senza fondo ». 

E in un'altra : 

« La mia Poesia, per quanto cattiva, ti grida il suo augurio. Le belle Pieridi, stamane allo spuntar del 
giorno, mi suggerirono quanto ora scrivo, sia pur misero e meschino.... ». 

Altrove dice che i suoi versi son modulati da una rozza zampogna, ch'essi sono 
degli urli contadineschi (Dorfgeheul) ; e ancora : 

« io che, in verità, sono un' oca 
vicino ai cigni.... ». 

Coscienza forse esagerata della sua insufficienza o dei difetti che deturpavano la 
sua poesia. Tuttavia egli sapeva d'esser sincero, sentiva che appunto tale since- 
rità riscattava i vizi della forma. In un sonetto a Elsabe scriveva : 

« Pensa, fanciulla, eh' io non scrivo mai ciò che non sento, e non vorrei convincerti di ciò che non 
credessi io stesso ». 

E in un'ode : 

« Mi sia testimonio Apollo che il mio spirito turbato non mi permette di tacere. ». 



353 

Bastano del resto i pochi tratti, già riferiti nella prima parte di questo studio, 
sulle miserie della patria per dimostrare la sincerità dei sentimenti del poeta e 
come, specialmente in quanto egli scrisse dal 1635 in avanti, egli si fosse già libe- 
rato dalla gonfiezza e sguaiataggine dominante e soprattutto dalla imitazione 
optiziana (1). 

Alcuni si sono domandati come mai, date queste qualità eminenti del poeta, 
egli sia rimasto così poco noto mentre visse e come sia scomparso tanto presto 
dalla memoria dei suoi contemporanei, poiché soltanto nel secolo XIX egli fu 
considerato nel suo giusto valore ; mentre la memoria di Opitz — tanto inferiore 
a lui come slancio e fervore poetico — si mantenne viva non solo presso i con- 
temporanei, ma anche nei secoli successivi. Innanzi tutto non è perfettamente 
esatto che il Fleming fosse passato quasi inosservato al tempo suo. Nell'appendice 
all'edizione di Lappenberg delle opere fleminghiane si possono leggere molti scritti, 
in versi e in prosa, in lode del poeta dettati da contemporanei, come Philip Zesen 
(1619-1689) che lo definiva « uno spirito penetrante, poetico e fiammeggiante verso 
il cielo », o Morhof (1624-1680) che scriveva : « La poesia tedesca con Fleming 
è salita ancora più alto : c'è in lui un acuto spirito che si fonda più su se stesso 
che sull'imitazione straniera... la sua poesia è, là dove l'argomento lo richiede, 
magnifica ed eroica, nelle Odi amabile e ricca di sentimento, l'immaginazione 
potente, l'invenzione piacevole e peregrina » (2) e affermava che nel secolo XVII 
nessun altro fuor che Fleming avrebbe potuto scrivere un vero poema epico. 
Un giudizio presso che uguale ne diede Neumeister, il quale affermava che in quel 
secolo Fleming non fu uguagliato né da Opitz né da alcun altro poeta. E si hanno 
anche testimonianze che « parecchie delle sue poesie giovanili, notevoli pel loro 
semplice lepore nativo, anche se qualche volta volgarucce, erano diventate assai 
popolari e venivano spesso cantate » (3). 

Non è dunque esatto che il Fleming al suo tempo fosse rimasto presso che 
ignoto. Ma come mai fu così presto dimenticato ? 

Da ciò vengono addotte varie ragioni. Innanzi tutto perchè la immatura 
morte gli impedì di pubblicare le sue più recenti poesie, ch'erano le migliori : egli 
ne lasciò l'incarico all'amico Oleario che, nonostante la buona volontà (ed essendo 
egli pure impegnato nella pubblicazione del suo viaggio) non potè darle alla 
stampa che un anno dopo la morte di Fleming (Hamburg, 1641) : di più, avendo 
Oleario escluse quelle di carattere più accentuatamente amoroso, che erano le 
più belle e più sentite, l'edizione non ebbe grande penetrazione nel pubblico. 
Altri ostacoli trovò la sua fama ad espandersi, cioè l'angustia della regione (Sas- 
sonia e Slesia) in cui poteva diffondersi, l'assenza di quattro o cinque anni del poeta 
dalla patria, e la sua morte precoce, avvenuta quando il suo ingegno più maturo 
e la sua arte più scaltrita, che già avevano trovato una nuova via, avrebbero 
potuto realmente dare frutti più succosi e saporiti. Ma sopra tutto crediamo 
che la causa principale di quella poca notorietà sia stata l'avversione del poeta 
a procacciarsi appoggi e protezioni. Al contrario di Opitz, che cercò affannosa- 
mente patroni nei prìncipi, adulandoli e accumulando su loro lodi e panegirici, 
il Fleming ne aborrì sempre e si mantenne puro d'ogni adulazione. Le odi in 
lode di Gustavo Adolfo e della regina di Svezia si riferiscono soltanto all'aiuto 
politico prestato alla misera sua patria, e certo nessun vantaggio personale egli 
poteva trarne : lo stesso dicasi di alcune poesie d'occasione in lode di alti perso- 
naggi. Egli è il più bel carattere — scrive il Gervinus — fra tutti i poeti del 
secolo. La sua natura mite e sincera, il suo sentimento probo e retto non erano 
adatti a farlo brillare nel mondo, né della moda né delle lettere : egli non aveva 
procacciatori, non era uno che strisciasse davanti ai grandi della terra e li adu- 
lasse ; per di più non faceva parte di alcuna scuola e non ne aveva creata nes- 
suna. Égli stette solo tra i suoi contemporanei, come più tardi il Lessing ; pochi 
amici modesti e insignificanti si raggrupparono intorno a lui, i quali non avevano 
fama bastevole per innalzare la sua (4). 



(1) L. Wysocki, De Paoli Flemingi germanici scrip/is et ingenio. Lutetiae Parisiorum, 1792. 

(2) Morhof, U nterrichl von der deutschen Sprache und Poesie. Lubecca. 1700. 

(3) Lemcke, Von Opilz bis Klopstock, pag. 244. 

(4) G. G. Gervinus, Geschichte der deutschen Dichtung, Leipzig. 1853. 



354 

Ma il tempo gli fece giustizia ; il suo valore e la sua posizione eccezionale 
in quel primo ridestarsi della poesia germanica furono ampiamente riconosciuti. 
Già il Leibnitz lo paragonava a Orazio (« Horaz in Fleming lebet ») e Lessing, 
Herder, Goethe ne parlarono con lode ; tutti gli storici della letteratura tedesca 
ne hanno ormai riconosciuta la genialità e l'originalità, fino a suscitare — come 
abbiamo già notato in addietro — una ingiusta reazione. Valgano per tutti i 
giudizi questi versi dello Schlegel, buon conoscitore della poesia germanica : 

« Il suo magnifico sentimento e la sua forza intima 
si manifestano gioiosamente alla luce del sole ; 
spumeggianti come il nobile succo della vite 
in un colmo bicchiere, vivente fontana. 
La sua patria, l' oppressione di tempi calamitosi, 
l' affetto degli amici, 1' amore delle donne amate 
egli cantò a vicenda con pari ardente slancio. 
Se le sue parole s' ammantano di splendore orientale 
il loro senso è nutrito d' anima tedesca •. 



Lino Pellegrini 




LA GATTINA DEL PETRARCA 

(" QUID RIDES ? „) 



Sul sagrato della chiesa arcipretale di Arquà sui facili e dolci colli 
Euganei, domina l'arca possente di pietra, la tomba del figlio di 
messer Petracco notaro fiorentino, Petrarca, che il nome sul patro- 
nimico s'era elegantemente foggiato. 

Fra i lauri e le rose si scopre la piccola casa scelta da lui a quieta 
dimora, verso il tramonto sereno. 
Nella cameretta famosa ; 

O cameretta, che già in te chiudesti 

Quel grande alla cui fama angusto è il mondo (i), 

in una silente notte d'estate — 18-19 luglio 1374 — reclinato il capo 
sur un libro di teologia, il grande vate si addormentava per non sve- 
gliarsi più. Sfavagli accanto, accoccolata, la gattina prediletta^ ed essa 
abita ancora il venerando luogo, imbalsamata, custodita nell'urna di 
vetro, celebrata coi versi incisi sul marmo. 

In un libro antico dal risonante, prolisso e promettente titolo (2), 
si fa di lei, riproducendone la figura, la più degna menzione. 

Hic subnectimus iconem felis, delicii eiusdem vatis, cuius eo presidio, contra 
temporis iniuriam communita. 

Haec variis celebrata fuit encomiis, in quibus poeta eximius Antonius Qua- 
renghi, binae paris elegantiae epigrammata reliquit, quae Antonii Gabrieli, pro- 
videntia, saxo ibidem incisa haec extant. 

Gli epigrammi sono scolpiti su due lapidi che con l'urna in alto 
vanno a formare un monumento. 



(1) V. Alfieri, Dal Sonetto alla cameretta del Petrarca. 

(2) Iacobi Philippi Toinasini Patavini episcopi Aemoniensis 
Petrarcha redivivus, integram Poetae celeberrimi 
Vitam iconis aere caelatis exibens (figure incise in rame) 
Accessit nobilissimae Foeminae Laurae - brevis historìa 
Editio altera et avita, cui addita Poetae Vita. 

Paolo Vergerio, Anonymo, Iannozzo Manetto, - Leonardo Aretino et Ludovico Beccadello auctoribus - Patavii - 
MDCI. 

Il i° capitolo ha questo preambolo : Franciscus Petrarcha Phaebi nectar, musarum corculum (conicelo, 
cuoricino delle muse) priscus eruditionis decus, literaruni delicium, omnium saeculorum memoria dignus, variis 
fortunae casibus perpetuo agitatus, sub hoc tandem Patavino coelo in huius urbis perennitatem quevit. 

La vita scritta dal Tomasini, con gli epigrammi del Quarenghi, fu ristampata a p. 644 e seg., Voi. IX 
della Storia letteraria d' Italia : Vite di Dante, Petrarca, Boccaccio scritte fino al Secolo decimosesto, raccolte 
dal Prof. Angelo Solerti, edit. Vallardi Milano. 



356 

È la gattina, mummificata ed incartapecorita, che parla, appun- 
tando il musetto in una smorfia arguta : 

i. Etruscus gemino vates exarsit amore, 
Maximus ignis ego, Laura secundus erat. 
Quid rides ? divinae illam si gratia formae, 
Me dignam tanto (3) fecit amante fides. 
Si numeros geniumque dedit illa libellis, 
Causa ego ne saevis muribus esca forent. 

2. Arcebam sacro vivens a limine mures 
Ne domini exitio scripta diserta darent. 
Incutio trepidis eadem defuncta pavorem 
Et viget exanimi in pectore prisca fides. 

La rettorica composizione, del Quarenghi (4) o Querenghi si sente 
subito, è un pò sul gusto del tempo, s'adatta altresì al genere letterario 
trattato, essendo risaputo che orazioni funebri ed epigrafi, se non tutte 
bugiarde come qualche volta avviene, sono quasi sempre amplificative 
dei meriti dei trapassati. 

Se poi alle bestie amiche, gli amici uomini erigono il monumento 
(onore questo di preferenza fatto ai cani in domesticità assai servili, 
in confronto dei gatti che sogliono mantenersi dignitosi e indipendenti) 
ci speculano sopra, traggono insomma pretesto dai soliti confronti 
per fare i filosofi di buono o di cattivo umore, secondo le circostanze. 

Sul tumulo di un cane che aveva saputo acquistar meriti dal pa- 
drone e dalla padrona, due sposi, accontentati entrambi nei lor diversi 
interessi, o gusti (e fu tutta una finzione, un motivo ornamentale di 
un pubblico giardino) fu incisa questa poetica e graziosa iscrizione : 

Latrai ai ladri ed agli amanti io tacqui, 
Onde a messere ed a madama piacqui. 

Invece sulla tomba di un altro povero cane, ribelle d'eccezione, che 
non conobbe distinzioni odiose, in tacitiana brevità e se la memoria non 



(3) Dignum tantum, leggesi nella edizione originale del 1601 e nella ristampa moderna. 

(4) L' autore degli epigrammi, se non si va errati, è lo stesso dotto monsignore e letterato (Querenghi 
Antonio) patavino, vissuto tra la seconda metà del cinquecento e la prima metà del seicento, grande amico 
di Alessandro Tassoni (1565-1635) ; introdotto perciò nella • Scechia rapita», e ricordato, grande oratore, filo- 
sofo morale, garbato cortigiano, ma uomo saggio. Di lui si fa un cenno nella storia letteraria edita dal Val- 
lardi Antonio Bilioni - il seicento, ove per saperne di più, si richiama la Biografia degli scrittori padovani del 
Vedova. Voi. II, p, 141. 

Lo stesso Tassoni alla gatta del Petrarca dedica nel poema magnifico, due sonanti ottave per ricordare 

il bel colle d' Arquà 

che quinci il monte, e quindi il pian vagheggia 

dove giace colui nelle cui carte 

1' alma fronda del sol lieta verdeggia, 

e dove la sua gatta in secca spoglia 

guarda da i topi ancor la dotta soglia. 

Con questo solito motivo burlesco, il poeta accenna alla gran fama di lei, fatta eterna con rari fregi 
e mille canni 

onde i sepolcri dei superbi regi 
vince di gloria un' insepolta gatta. 



357 

falla, a cura di un dotto uomo di lettere, furono scritte queste parole 
di acerbo e schietto significato : 

conoscitore degli uomini, 
• abbaiò a tutti. 

2. Anche gli epigrammi sonanti del Quarenghi hanno il frizzo 
della ironia che gorgoglia nel quid rides con il confronto fra la murilegia 
(prenditopi) e la ispiratrice dei canti divini. 

Ma dopo tutto la declamata fedeltà, altro non è che uno sfruttato 
luogo comune, per quanto abbellito dalla immagine della mummia 
che fa ancor paura ai malvagi topi e basta a tenerli lontani dalla sacra 
soglia. 

10 però non credo affatto che la simpatia del Petrarca verso la 
bestiola, derivasse dal servizio di polizia, la funzione preventiva e repres- 
siva fedelmente esercitata; non credo perchè i topi della casetta di 
Arquà, per certo provveduta d'ogni ben di Dio, non dovevano essere 
così affamati da ridursi a rodere le carte. 

11 motivo è un altro, che meglio s'adatta al parallelo fra la 
donna e la gattina per il segno tanto spiccato di femminilità, il quid 
di eleganza e leggiadria, dal quale nascono i vezzi. Bisogna però 
riconoscere e specialmente ai tempi nostri, che la gattina nel con- 
fronto con l'altra più nobile creatura, vince di grazia e più che tutto 
di sincerità, e come altri grandi, quel grande che dopo lungo e vario 
corso della sua vita, s'era ritirato nella casetta di Arquà, fu dai vezzi 
conquiso. 

Lungo e vario corso, come comunemente si crede, neppur tutto 
riposato e felice, che anzi nel libro citato più sopra, sia pur con un 
pò di esagerazione, si dice che il Petrarca fu « variis fortunae casis, 
perpetuo agitatus». 

In terra di Provenza nell'età più fresca, era nella solitudine di 
Valchiusa, ed alle sorgenti del Sorga, sgorgato 

il pianto de 1' suo cor, divino 

rio che pe' versi mormora... (i) 

Ma più che pianto del cuore, fu ispirazione della Musa ; celebrando 
Laura in vita ed in morte, il Petrarca dette sfogo alla inesauribile 
vena (Laura Sada Avinionensis Petrarchae musae Celebris) ; a spiritual 
godimento esaltò il tipo della classica bellezza muliebre, dalle linee mor- 
bide, armoniose e possenti, un tipo di grazia e di maestà insieme, quale 
sarà poi ritratto dai magnifici coloritori nostri, ad esempio il Veronese 
con il trionfo di Venezia nel palazzo dei Dogi. Innamorato invece, e come 
universalmente è inteso l'amore, fu di altre donne. Cresciuto in fama, 
siccome innovatore e preannunciatore di età nuove fuori del cupo 
Medio-Evo, era stato alla corte di Re Roberto di Napoli. Ospite dei 
Colonna, dalla maestà del popolo di Roma e dalle mani di Orso del- 



(i) G. Carducci, II sonetto, Rime nuove, II. 



358 

l'Anguillara senatore, aveva anche ricevuto il lauro nella gloria del 
Campidoglio. 

Caro ai grandi signori del tempo (il cardinale Colonna suo protet- 
tore, Giacomo Novello, Iacopo da Carrara) fu il primo assertore della 
formazione spirituale dell' Italia, ed elevò per la sua rinascita lo sde- 
gnoso canto contro gli oppressori stranieri (i). 

Sempre attratto alla campestre quiete, a Selvapiana presso Parma, 
attendeva a coltivar fiori e piselli e conduceva a termine il poema latino 
« Africa », l'opera sua più poderosa e men nota. 

Tra ambascierie ed onori, venne in guiderdone anche il priorato 
con la pingue prebenda, ma ricercato e prediletto dai potenti, molte 
furono le sue fatiche e lo si troverà a Ferrara con gli Estensi, a Verona 
con gli Scaligeri, a Padova affettuosamente accolto dal Boccaccio, e poi 
per più anni a Milano ospite dell'arcivescovo Giovanni Visconti, ed 
ancora a Padova. Scoppiata però la peste si rifugia a Venezia e prende 
dimora nella casa sulla riva degli Schiavoni, ed a Venezia sarà il primo 
maestro della biblioteca di S. Marco. 

Vecchio ormai, malandato in salute, scomparsi gli amici suoi mi- 
gliori, mortogli anche il figlio Giovanni che par gli avesse dato molti 
dispiaceri (il più grosso fu quello di morire), nel ritiro di Arquà si ri- 
stora alla scoperta fonte della famiglia sua, poiché ha nel nido accolto 
la figliuola sposata a Francesco da Brossano, e nascono poi due nipotini. 
Il nonno sarà tutto consolato e fiero dolore soffrirà per l'acerba morte 
di uno di essi. 

Alfredo Panzini (2), disse del Petrarca che fu sacerdote senza 
obbligo di castità e di cantar messa, e rievocò Laura ispiratrice dei 
canti, e le altre donne intensamente amate. Forse anche a lui, « premio 
ai canti era una bocca bella » (3), e per lui ritorna l'invocazione, 

Aeneadum genetrix hominura 

divómque voluptas 
Alma Venus. 

Domata ormai la carne, dopo gli amori, gli onori, gli uffici, il cano- 
nicato, a consumare quel che rimane della vita, si racchiude nella casetta 
di Arquà nel tepore degli affetti nati dal sangue, ed al vecchio poeta, che 
ha ancor fresca nel cuore la vena dei canti, la gattina con i vezzi e le 
moine, porta una nota di consolatrice gaiezza. Questi, non gli altri sono i 
meriti della dolce amica, e divagando un pò, poiché gli epigrammi del 
Quarenghi ne hanno offerto occasione, non va dimenticato in questo 
tema il Raiberti, un medico lombardo del secolo passato, anche lui 
poeta ed umorista, che scrisse un libretto sul gatto, e della gatta fa- 
cendo l'elogio, disse che « per rara eccezione, divide colla donna il vanto 
d'una bellezza tutta speciale talché al par di quella giustificherebbe 
il predicato di bel sesso, di sesso gentile (4) ». 



(1) La canzone ai grandi d' Italia «madre benigna e pia» che si chiude con la invocazione alla pace 
I vo gridando : pace, pace, pace ». 

(2) A. Panzini, Visita ad un poeta, « Corriere della Sera », 12 giugno 1930. 
(j) G. Carducci, Dietro un ritratto dell' Ariosto, Rime nuove, XVI. 

(4) Gio. Raiberti, Sul gatto. Cenni fisiologici-morali, p. 95, Milano, 1938, tip. Bertieri. 



359 

3. A commentare si può aggiungere che vivendo in dimesticità, 

serba sempre il suo inconfondibile stile pieno di grazia e di soavità. 

Ha bensì le unghie, ma dentro una guaina di velluto, e a tempo e luogo 
sa adoperarle anche col garbo della carezza. Nei suoi esercizi o giuochi 
brillantissima per slancio ed accortezza, non eccede mai, sa sempre 
mantenersi impeccabile nella linea della proporzione. 

Quando non ha tavola bandita (anche quella di cui si discorre 
si trovava in questa privilegiata condizione e perciò ad imprese di tal 
genere neppur pensava) ; per vivere ha bisogno di ricorrere agli atti 
originari di acquisto della proprietà mediante la caccia. 

Senza ricalcare il tema, tanto sfruttato dalla letteratura, dell'ata- 
vismo che la spinge contro i topi roditori, è davvero ammirevole per 
l'arte inventiva e strategica, quantunque si dimostri insidiosamente 
crudele, anche contro le privilegiate creature del volo. 

Faccio testimonianza : Una gatta di campagna che doveva aver 
molta fame come il lupo d'Agobbio, era salita sul tetto della sua casa 
e ad osservarla, avresti detto, avesse scelto quel luogo elevato e soli- 
tario per riposare in libertà, lontano dagli uomini fastidiosi. 

Nella incanalatura degli embrici s'era infatti beatamente distesa, 
con la pancina all'aria, con gli occhi gialli socchiusi, come per fare un 
pisolino al tepore del sole nascente. 

Ma le rondini con lor gioiose strida passavano e ripassavano in 
voli radenti, ed avveniva che a volte trasvolassero fin quasi a lambire 
quel corpicino, inerte. Ma lei, nell'attimo, scattava fulminea per ser- 
rar nelle branche la preda ; non riusciva e pazientemente (cacciatrice 
o delinquente per tendenza), ripeteva l'agguato. Che se dopo più prove 
(le povere rondini rincorrentesi nei vertiginosi voli, della squisita insi- 
dia per appostamento, non potevano accorgersi), le veniva finalmente 
fatto il colpo, con la straziata vittima fra i denti, correva sull'aia ad 
ostentar la sua bravura. 

Queste, e chi sa quante altre, sono pagine nere nella storia delle 
gatte accanto ad altre, invece luminose. 

Chi non ha mai avuta occasione di godere il quadretto della mater- 
nità d'una gattina, che mollemente sdraiata si gode i suoi micini, e 
se ti avvicini, ti fissa con gli occhi spalancati che hanno cupi riflessi 
ed esprimono insieme la beatitudine tinta d'orgoglio, come per dirti : 
chi di me più felice ? 

Ma poi spinta dal materno amore è capace di eroismi. Si può ridere 
o sorridere per i racconti che vengono dall'America, ma dopo tutto 
la verità del fatto rimane. Su proposta dunque della Società per i zela- 
tori della vita, venne dal borgomastro della città di Buffalo (la notizia 
di cronaca è di due anni fa) (i) conferita la medaglia al valor civile a 
Lilly una bella gatta soriana che (questa era la motivazione), con grave 
pericolo della vita, obbedendo al suo istinto materno, era riuscita a 
portare in salvo da una casa in fiamme, i suoi cinque piccoli, bruciac- 
chiandosi il pelo in più parti e riportando ustioni alle zampine. 



(i) « Corriere della Sera », io agosto 1938. Gatta decorata al valore, da New Yorch, 8 agosto 1938. 

25 - A. CXXXI - V. 127 



360 

Si raccontava che la cerimonia era avvenuta in forma solenne, 
nella sala delle adunanze in Municipio e che il prelodato borgomastro, 
fra gli applausi dei convenuti, aveva appeso la ricompensa al valore 
al collo della graziosa bestiola, tenuta in braccio dal suo padrone. 

4. A questo punto penso alle zampine per qualche riflessione sulle 
naturali virtù che le fanno muovere, ritornando così alle moine e ai 
vezzi, che sono il carattere distintivo del sesso. 

Un requisito della razza in questi piccoli felini, penetrati dalla 
remota antichità nel consorzio degli uomini, è la cura per la pulizia 
(diremo) della persona ; nella femmina ancor più spiccata, tantoché 
per fare ad una fanciulla un complimento scherzoso e in confidenza, 
ho inteso anche dire : sei pulita come una gattina ! 

L'avvicinamento è assai sensibile perchè anche lei si fa il musetto, 
come le donne si fanno il viso. Questo è il modo di dire ormai del nostro 
linguaggio, per non ricorrere al « maquillage », od al trucco, arte piut- 
tosto difficile e complicata, la quale secondo la spiegazione dello stesso 
Panzini, vorrebbe significare « imbroglio, inganno, ma in senso non per- 
verso, non crudele » (1). 

Certo è che fra le donne radicatissimo è il costume, anzi pressoché 
diventato universale, come un bisogno della vita, e dovunque, al caffè 
Florian, in vaporetto, in trattoria, per la strada, te le trovi di fronte 
che si fanno il viso. Ci siamo abituati e non ci facciamo più caso. Però 
ad osservar bene, le movenze, si può dire le grazie, devi riconoscere, 
che sono tutte quelle della gattina, la quale si serve dei suoi mezzi 
naturali, di un pò di saliva e della lingua destramente ingegnandosi 
con le zampine, mentre le altre debbono andare in giro con lo specchio, 
con i loro attrezzi ed i lor colori. 

Il Raiberti, ed ai suoi tempi s'era ancor lontani dai progressi d'oggi, 
facendo il confronto, metteva in evidenza la lezione definita sublime 
(esagerazione anche questa) di semplicità ed economia offerta dalla 
gatta. Coglieva poi l'occasione per una frecciatina, poiché (osservava) 
la gatta si fa bella col mezzo della lingua, e molte belle donne colla 
lingua riescono a parer brutte (2). Questi ed altri giuochi di parole, 
motivi tutti di sapore umoristico nell'ordine filosofico-morale, hanno fatto 
il loro tempo, e neppur vai la pena di ripetere le geremiadi dei catoneg- 
gianti per i colori che servono a dar maggior risalto alla gioventù o per 
qualche lavoro di restauro, quando la gioventù se n'è già andata o 
sta per andarsene. 

La pittura su cuoio o meglio sulla pelle viva, ed altri studiati 
ritocchi, hanno, da che mondo è mondo, occupato le care figlie di Eva 
in vario modo, s'intende secondo i tempi, i ceti ed i capricci della volu- 
bile e tirannica moda, la quale essendo priva della ragione vuole aver 
sempre ragione, e si propaga per contagio come le malattie infettive. 
Si vuole anzi (non mancano in proposito precisi riferimenti della storia, 



(1) A. Panzini, L'arte di truccarsi, « Corriere della Sera », 17 settembre 1931. 

(2) G. Raiberti, opera cit., p. 97. 



36i 

su acconciature, pettinature, collari, rughe, nei e via dicendo (i) ; che 
la stessa moda venga lanciata dalle donne brutte o sgraziate, le quali 
vogliono nascondere qualche difetto. Essendo in alto loco, presa che 
abbiano una iniziativa, sono, per la forza di quel contagio, imitate 
da tutte, belle o brutte. 

5. A parte il modo come si forma, la moda serve pur sempre alla 
fatale, irresistibile attrazione cui poc'anzi si accennava a proposito del 
Petrarca, dei suoi fecondi amori e della sua simpatia per la gattina. 
Si è fatto il confronto fra la graziosa bestiola che si liscia e le donne che 
si fanno il viso, ma (Dio mi guardi, dai graffi delle gattine pitturate !) 
senza il proposito di muovere la crociata contro gli indispensabili sussidi 
dell'arte. La moda è la moda, essa fa il consorzio civile grazioso e dopo 
tutto si vive nel nostro tempo con le piccole esuberanze che esso pro- 
duce. D'altronde la moda è un notevole fattore di produzione e di 
lavoro. A proposito anche il Baretti nella « Frusta letteraria » vi accen- 
nava, indicandola come grandissimo mezzo all'industria umana, la 
quale applicandosi nelle invenzioni, per servire alle donne, dà di che 
vivere ad una grande quantità di persone. 

Ai giorni nostri, ormai molto lontani da quelli del Baretti, a pro- 
posito di invenzioni e di industrie, si magnificano al fine della maggior 
divulgazione, i rossi per le labbra, fra questi uno che « conferirà alla 
vostra bocca (così suona l'annuncio diretto alle interessate, ma mi 
sfugge ora il nome di fabbrica), l'affascinante aspetto di una ferita 
purpurea, un rosso morbido, leggero come seta, lucentissimo, nelle 
tinte di tutte le graduazioni, secondo lo special gusto, ed ecco la scala 
o gamma ; arancio, rosso fuoco, rosso chiaro, rosso medio, zucchero 
bruciato, rosa corallo, carminio scuro...... 

Con queste ed altre esuberanze o varietà del commercio, ti tocca 
vedere bocche di tutte le tonalità, a volte il rosso va diventando vio- 
letto, ovvero la tinta data senza risparmio e senza garbo, sconfina dalle 
labbra, e si veggono denti sanguigni di belvetta. Ci sono poi visetti 
aggraziati a fondo color mattone, con patina a stucco, orbite e palpebre 
incupite, sopraciglia rasate ed al loro posto ecco la bella curva disegnata 
a matita (2), infine non mancano le ondulate e variopinte chiome. 



(1) L'acconciatura a cuffia di Anna di Cleves una delle mogli di Enrico Vili per nascondere le grandi 
e brutte orecchie ; l'alto collare inamidato di Elisabetta d' Inghilterra per celare le rughe del collo ; la petti- 
natura a culla della sposa di Carlo il Temerario, per comparire più alta di statura ; il neo della consorte di 
Giorgio II per via di un brutto porro che aveva sul viso. 

(2) Voglio a proposito attingere ad una fonte pressoché sconosciuta, a Marco Rasiglia umbro, medico, 
filosofo e poeta Folignate fiorito nella seconda metà del quattrocento, morto ai primi del cinquecento (1504). 

Di lui rimane un poemetto <■ La conversione de Santa Maria Maddalena e la vita de Lazzaro e de Marina 
in ottava rima historiata, opera devotissima, stampata in Venezia per Alvise di Torti. Nel anno del Signore 
MDXXXV nel mese di Agosto ». 

Della bionda bellissima peccatrice, si fa questo efficace ritratto : 

Usava unguent' de molto valore 
Et nobili acque di hodorifera herba 
Et così con gran pompa usciva fore 
Tutta lasciva, et ne lo andar superba. 
Rendeva el corpo suo si grande odore 
Oh' aria indolcita ogni mistura acerba 
In modo tal che quando fore uscia 
Tutta la gente a vederla corria 



362 

Insomma esagerazioni dell'arte di farsi il viso, con l'eccesso di 
vernici, affreschi, stucchi e smalti, nel loro insieme rappresentano 
certo un pericolo, un vizio di inconsulta prodigalità. La bellezza della 
donna dalla quale deriva l'attrazione irresistibile, è bensì il fresco dono 
della gioventù che sboccia come un fiore, e come un fiore sfiorisce, ma 
se il patrimonio sarà giudiziosamente amministrato, sia pure discreta- 
mente usando di qualche artificio, che lo faccia meglio fruttare, potrà 
ben avvenire che nel tardo meriggio ed anche verso il tramonto, un rag- 
gio, quantunque affievolito, ancor s'indugi ad illuminare il volto della 
donna ed a ricordare la trascorsa beltà. 

Che se nella stagione buona avrà sperperato il suo capitale, i 
restauri energicamente poi attuati non faranno che affrettar la rovina. 
L'arte del restauro, tanto in Italia reputata per gli affreschi, le tavole 
e le tele, qui per i disastrosi effetti che produce, deve chiamarsi figlia 
del diavolo, il quale par si compiaccia di tali beffe. 

Giova ricordare l'autorità di artista sommo. 

Nel III libro della famiglia di Leon Battista Alberti (1404-1472) ; si 
contengono anche gli ammonimenti di un marito alla moglie che si dipin- 
geva e forse non era più giovanissima. Dopo aver ricordato che le poltiglie 
molto male possono fare sull'avorio, continua con queste amorevoli parole : 

Stima certo moglie mia, quelle (le poltiglie) molto più potranno nel fronte 
e nelle guancie tue, quali senza imbrattane, sono tenere e delicate e con qua- 
lunque liscio diventeranno aspre e vizze (1). 

L'Ariosto nelle satire, « Unti ribaldi », chiamava i cosmetici usati 
dalle donne, i quali unti « fan che si tosto il viso loro affaldi ». 

Ancor più energicamente, secondo il suo stile, l'Alfieri dopo il primo 
soggiorno a Parigi ricordava, fra gli oggetti spiacevoli che tuttodì gli 
cadevano sott'occhio, « le pessimamente architettate faccie impiastrate 
delle bruttissime donne ». 

6. In un recentissimo studio di uno scrittore per certo compe- 
tente (2) si parla «di filtri di bellezza, e della medicina... per signore.» 

Secondo la tesi si vuol condannare l'alleanza definita stucchevole 
della donna con la poesia e dopo aver fra l'altro parlato della clorosi 
di Beatrice e della pinguedine di Laura ; si sostiene egregiamente, che 
soltanto la medicina con la plastica sanitaria e l'igiene fisica, rende 



Ovi conci, (guasti) verzini (tinture, rossetti) et soliinati 

Et scortichi et cerusa et acquerelle 

Et pelatur per far ciglia inarcali 

come se fa da nostre damiselle 

Non furon mai da questa donna usati, 

Che da natura havea le carne belle 

Ma ben portava unguenti et vari odori 

Come costume fu de gran signori. 

Le damigelle dei tempi del poeta umbro che arrivavano fino alla depilazione per farsi le ciglia inarcate, 
(ciò si osserva anche nel ritratto di « Monna Lisa del Giocondo » di Leonardo) ai tempi nostri tornate. 

(1) Leon Battista Alberti, /// libro della famiglia, dalla Antologia Scrittori moderni di Ermenegildo 
Pistelli « per le donne che si dipingono ». Edit. Sansoni, Firenze, 1925. 

Ad Agnolo Pandolfini, è stato attribuito « il governo della famiglia » il quale invece altro non è che un 
rimaneggiamento del 111 libro della famiglia di L. B. Alberti. 

(2) Mario Musella, Filtri di Bellezze, « Popolo d' Italia», 14 luglio 1939 XVII. 



363 

tutte le donne belle. Denuncia perciò le frettolose pratiche cosmetiche 
per i terribili effetti che ne possono derivare ; alterazione pigmentaria 
permanente, maculazione della pelle come quella dei felini, ascessi 
sottoungueali, cicatrici deturpanti il volto, alopecie, rapidissima cal- 
vizie.... Un'ira di Dio e roba da far venire i bordoni, ma egli con- 
clude con un caldo elogio della medicina, davvero consolante ; poiché 
tale scienza propugna che alle donne per esser belle è necessario restar 
sane, vivere all'aperto, all'aria, al sole, e le riconduce alle virtù, e loro 
dimostra che esser madre è una necessità estetica. 

Grandi verità queste, che hanno parmi magnifica conferma in 
quella, starei per dire « zona di rispetto », in cui la moda prepotente di 
farsi il viso con le pitture, non sarebbe ancora penetrata. Le autentiche 
contadine infatti che vivono all'aperto, all'aria e al sole, non sogliono, 
(anzi, direi, non ne hanno né tempo né modo), ricorrere per farsi più 
piacenti, a quei più larghi sussidi dell'arte ricordati poco fa, e che pur 
si sono diffusi anche nelle classi meno strigliate. 

Rimane dunque ancora il piacere d'incontrare la bionda Maria 
dell' Idillio Maremmano (1). 

Com'eri bella, o giovinetta, quando 

Tra l'ondeggiar de lunghi solchi uscivi 

Un tuo serto di fiori in man recando, 

Alta e ridente, e sotto i cigli vivi 

Di selvatico fuoco lampeggiante, 

Grande e profondo l'occhio azzurro aprivi ! 

Se per un momento ti venisse fatto di pensare alle unghie delle 
dita colorate a smalto come la ceralacca, alle labbra dipinte ed agli 
occhi affumicati ; sarebbe d'un tratto distrutto l'incanto di questa puris- 
sima visione di schietta bellezza, che sorrideva al cuore dello stanco 
poeta, ed al ricordo ormai lontano suscitava dolce rimpianto : 

Meglio era sposar te, bionda Maria ! 

7. Dal canto carducciano che l'anima consola, il pensiero assurge 
ad una più larga concezione della bellezza muliebre, la quale è un bene 
che non appartiene soltanto alla creatura che l'ebbe da Dio nel pieno 
sole della vita, ma appartiene anche alla collettività, e può pertanto 
per esso invocarsi la pubblica tutela. 

Nel diffuso esercizio della speciale arte decorativa, restauratrice 
o distruttrice, il diritto con la sua forza di penetrazione, riesce ad insi- 
nuarsi, quindi si affaccia una proposizione o questione, che nel lin- 
guaggio dei competenti sarebbe invece che strana, elegante e va a 
toccare un punto di estrema sensibilità giuridica nel campo vastissimo 
e sempre a nuove esplorazioni aperto, che suole chiamarsi « attività 
sociale della pubblica amministrazione ». 

A frugare, i topi di biblioteca, i quali non sono da confondere con i 
voraci roditori ricordati negli epigrammi del Quarenghi ; troverebbero 



(1) G. Carducci, Idillio maremmano, Rime nuove, LVIII. 



364 

per certo molta e varia materia da rimettere in luce per nuovi studi, 
ma è ben concepibile che la intemperanza più sopra accennata della 
incomposta e pazza moda, debba essere infrenata per la difesa di quel 
bene comune, il quale fuori di ogni appetito, tocca tutto l'uman genere, 
ed ha fondamento in un interesse purissimo ; godere la luminosa bel- 
lezza del volto delle donne nel rigoglio primaverile ed estivo, non 
offuscata o deturpata dal deplorato abuso di vernici e di affreschi. Farsi 
il viso sì, ma con giudizio, con moderazione graziosa e benigna. 

Non certo fu la buona intenzione dei freni, che fece pensare perfino 
al provvedimento fiscale dell'imposta sulla truccatura delle labbra. L'an- 
nuncio col punto interrogativo fu dato scherzosamente, quale notizia 
venuta anch' essa dall'America, come l' altra per la decorazione concessa 
ad una gatta eroica. Che se però dovesse attecchire ed attuarsi, sarebbe 
soltanto assicurato il maggior utile dell'erario, poiché tutte le donne 
per truccarsi alla lor maniera, o chi per loro, pagherebbero volentieri o 
malvolentieri la tassa, come avviene per le specialità cosmetiche che non 
costano poco. Ma si potrebbe tentare anche ai soli fini fiscali, per arrivar 
poi ai concorsi di bellezza fra le donne però... che non si dipingono. 

La questione giuridica, e non voglio altro dire ; può trovare qualche 
riferimento nelle provvide leggi che tutelano il panorama o il paesag- 
gio (anche il codice penale prevede la distruzione o il deturpamento 
di bellezze naturali art. 734) e difendono altresì la fauna e la flora. 

Sono elementi che imprimono ai luoghi un particolar carattere 
attrattivo, e quindi una nota di bellezza spiccata e singolare. 

Orbene con la più pura intenzione, e non dovranno offendersi di questi 
impensati avvicinamenti ; oserei dire, che anche le donne considerate 
per collettività o gruppi diversi, sono da comprendere fra quegli elementi. 

Si ritrova sempre un carattere della bellezza, che nella razza as- 
sume aspetti particolari dal territorio (la nazione, la regione, la città, 
il paese) ; è insomma l'inconfondibile colore locale che va ad offuscarsi 
con le truccature smodate e livellatrici, perciò si potrà anche pensare 
alla saggia disciplina dei limiti per la conservazione del bene comune, 
ad una profilassi contro la moda incomposta e come le malattie infet- 
tive, perniciosa ed estremamente diffusiva. 

* 
* * 

E la gattina ? È lì che giace, fa cioè i suoi sonni tranquilli acciam- 
bellata sull'ampia manica della veste del profeta di Allah. Si narra 
dunque che si era addormentata in braccio a Maometto che stava 
seduto e dovendo levarsi, per non svegliarla, con molta attenzione tagliò 
in giro in giro l'ampia manica e cautamente andò a collocare la dor- 
miente in un posto sicuro. 

Quando il Petrarca posò sul libro la stanca fronte, per non rial- 
zarla più, la gattina amica fedele, gli era vicina e nella casetta di Arquà 
è ancor presente con il musetto appuntato in una smorfia arguta. 

Quid rides ? 

Ruggiero Messini 



BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE CRITICA 
DI CARLO GOZZI 



i 

OPERE DI G. GOZZI 

Per le opere mi riferisco alla diligentissima bibliografia pubblicata da V. 
Malamani in appendice alla edizione delle Fiabe curata dal Masi. Si può osservare 
al Malamani, che non crede del Gozzi L'arte del teatro (n. 35), come le idee sui 
comici espresse in quello scritto non appaiano affatto contrarie a quanto il G. 
ne pensava. (V. Memorie inutili, Bari, Laterza, 1910, voi. I, p. 252). 

Alle opere elencate dal Malamani, sarebbero da aggiungere, secondo alcuni, 
un melodramma giocoso e una commedia, di cui più probabilmente è autore Ga- 
sparo (cfr. A. Zardo, Teatro veneziano del Settecento, Bologna, Zanichelli, 1925, 
nello studio : / componimenti teatrali di Gasparo Gozzi). 

Dopo di che si possono elencare le nuove edizioni di opere del G., a comin- 
ciare appunto da : 

1. C. G., Le Fiabe, a cura di E. Masi, Bologna, Zanichelli, 1884. 

La prefazione del Masi, anche dopo gli studi più recenti, di cui si parlerà 
più avanti, si può consultare con profitto. 

2. C. G., Memorie inutili a cura di G. Prezzolini, 2 voi., Bari, Laterza, 1910. 

Alla fine del II voi., in una Nota il Prezzolini avverte di quali edizioni pre- 
cedenti si sia servito, e dà ragione dei criteri seguiti per l'ortografia e la punteg- 
giatura. Per la bibliografia cita soltanto : Gamba, Malamani, Levi, D'Ancona e 
Bacci. 

3. C. G., La Marfisa bizzarra, a cura di Cornelia Ortiz, Bari, Laterza, 191 1. 

La diligentissima edizione curata dall'Ortiz riproduce l'esemplare posse- 
duto dal museo Correr (libri postillati, H. 17) in cui il Cicogna riportò le giunte 
e le correzioni dall'apografo del Gradenigo ; così ci fa sapere l'editrice nella Nota 
che segue alla pubblicazione del testo. 

V. quanto è detto a proposito di questa edizione al n. 67 della II parte. 

4. C. Gozzi, Le Fiabe, a cura di D. Ciampoli, 2 voi., Lanciano, Carabba, 1912. 

Nella « Prefazione » il Ciampoli dà un informato profilo del G., giudicando 
rettamente tutta l'opera del nostro, e in particolare le Fiabe. 

5. C. Gozzi, La princesse Turandot, Conte tragique en cinq actes traduit et adapté 

par J. J. Olivier. Paris, editions' de la Nou velie Revue Francaise, 1923- 
Non mi è stato possibile vedere questo adattamento del dramma reso famoso 

dalla musica del Puccini. 

Vedi in proposito l'articolo di Tonelli, L'autore di Turandot (in « La Stampa », 

21-3-23) di cui parlo a n. 30 della II parte. 



366 

6. C. G., Memorie inutili. Introduzione e note di D. Bulferetti, voi. 2. Torino, 

U. T. E. T., 1928. 

Il Bulferetti dà del G. un profilo vivo, preciso e originale ; forse un po' 
abbellito. Nonostante « l'istinto risibile » di cui il G. si vanta, io lo credo un po' 
acido, non sempre buono, e con una discreta dose di presunzione d'essere infal- 
libile. E pur senza disconoscere la genialità di Carlo G., mi pare sia un po' troppo 
attribuirgli « un po' di natura dantesca e di pensiero vichiano » : Dante era di casa 
in casa Gozzi, se Gasparo insorgeva con tanto impeto in sua difesa, e Vico era 
un po' nell'aria, e perciò delle concordanze si spiegano benissimo. 

Molto opportunamente sono riassunti capitoli o tratti di minore impor- 
tanza ; non altrettanto opportunamente — ripeto l'osservazione fatta dal Masi 
per la versione dell'Addington Symonds — in prima persona ; le note sono brevi, 
succose, appropriate. 

7. C. G., Le Fiabe, con un discorso di Rosolino Guastalla. Milano, Istit. Edit. Ital., 

s. d. (Classici italiani, Serie II, voi. XXXVI). 

Breve ma succoso il discorso di R. Guastalla : non dice nulla di nuovo in- 
torno al G.; ma lo dice bene ; e il giudizio sulle Fiabe merita di esser tenuto pre- 
sente per l'acutezza delle osservazioni. Il volume comprende : L'amore delle tre 
melarance - Il Corvo - Il Re Cervo - Turandot - La donna serpente. 

8. C. G., L'amore delle tre melarance - L'augellino belverde. Milano, Sonzogno (Bi- 

bliot. universale), s. d. 

Modestissima ristampa, come è nell'indole della collezione, ma non trascu- 
rabile, se non altro come sintomo della fortuna del G. 



II 
SCRITTI CRITICI SU G. GOZZI 

Il mio saggio bibliografico prende le mosse dal 1906, poiché gli scritti critici 
precedenti si trovano elencati nel Saggio di C. Levi, al quale rimando pertanto 
gli studiosi. Mi è parso più opportuno seguire, anziché l'ordine alfabetico, l'ordine 
cronologico. 

1. C. Levi, Saggio di bibliografia degli studi critici su C. G., in « Rivista delle biblio- 

teche e degli archivi », Anno XVII, voi. XVII, Firenze, 1906. 

Questa, che il mio scomparso amico ha intitolato Saggio, è una bibliografia 
completa, per quanto a me consta, fino alla data della pubblicazione. Forse gli è 
sfuggito, o forse non ha trovato opportuno citarlo, il volume : G. F. Sommi Pi- 
cenardi, Un rivale del Goldoni. L'abate Chiari e il suo teatro comico (Milano, stamp. 
ed. lombarda di M idaini, 1902). In esso al G. si accenna qua e là, riferendo giu- 
dizi suoi sul Chiari e sul Goldoni ; più estesamente se ne parla ricordando la nota 
polemica dei Granelleschi, dal G. capitanata. Forse non è poi fuor di luogo un 
chiarimento. Sotto la voce : Gratarol P. A., Narrazione apologetica (Venezia, 
Zatta, 1797) il Levi scrive : « è uno dei pochi italiani benevoli al Gozzi ; il Grata- 
rol, con Alessandro Pepoli e Durante Duranti, è fra i contemporanei suoi il più 
ottimista ». Si deve naturalmente intendere tale benevolenza riferita all'opera 
letteraria del G., che quanto al resto... ! Il Gratarol evidentemente ci teneva a 
mostrarsi imparziale nel giudicare il suo rivale : da una parte l'uomo, dall'altra 
lo scrittore. 

2. G. Sabalich, Curiosità storiche zaratine. Zara, Artale, 1906. 

Nello scritto Carlo Gozzi a Zara il Sabalich parla, seguendo la narrazione 
delle Memorie inutili, della residenza triennale del G. in Dalmazia : commenta e 
corregge qualche inesattezza in cui il G. è caduto — dopo tanti anni ! — o sgon- 
fia qualche esagerazione. 



Q 



367 



3. B. Chiurlo, Carlo Gozzi, in « Patria del Friuli », 30-VI-1906. 

Ottimo articolo per il centenario della morte del G., informato e ponderato. 
Noto quanto il Chiurlo dice a proposito del successo delle Fiabe del G. in Ger- 
mania : « I tedeschi giudicarono con testa e con indole tedesca una testa e un'in- 
dole italiana ». La ragione è proprio questa e nient'altro che questa. 

4. F. Galanti, lino scritto inedito di C. Gozzi, in « Atti dell'Istit. Ven. di Scienz. 

Lett. e Arti », Tomo LXVI, 1906-07. 

Dopo una briosa illustrazione dei rapporti tra il G. e l'Albergati, il Galanti 
pubblica lo scritto del G. : una invettiva contro l'Albergati, che però il comme- 
diografo bolognese non conobbe, perchè rimase inedita tra le carte dell'Archivio 
dei conti Gozzi. 

v/ 5. V. Brocchi, La polemica a teatro, in « Rivista d' Italia », X, 5, 1907. 
Tratta del Gozzi e delle sue polemiche contro Goldoni. 

6. G. Rivelli, C. G. contro C. Goldoni nella « Marfisa bizzarra ». Lanciano, Carabba, 

1907. 

Lavoretto di scarso valore intrinseco : oggi però del tutto inutile dopo altri 
studi ben più ponderati e coscienziosi. 

7. A. Neri, Passatempi goldoniani, in « L'Ateneo Veneto », Anno XXX, voi. I, 

fase. I, 1907. 

L'articolo del Neri si trova nel fase, speciale dedicato a C. Goldoni. Tratta 
della nota contesa tra Goldoni, Chiari e Gozzi, ma non ripete cose note : i giudizi 
di contemporanei, tratti da scritti rari, che fanno giustizia delle commedie goz- 
ziane e del passeggero loro trionfo, sono interessanti e istruttivi. 

8. M. Mioni, Una letterata veneziana del sec. XVIII, Luisa Ber galli-Gozzi. Ve- 

nezia, tip. Orfanotrofio, 1908. 

Trattando della Bergalli la Mioni ha naturalmente occasione di parlare 
anche del suo avversario domestico, il cognato Carlo. 

' 9. G. Caprin, C. G. nelle « Memorie inutili », in « Marzocco », XV, 46, 1910. 
Informato e garbato articolo. 

io. L. Felix Faure-Goyau, C. G. et la Féerie venitienne (in « Revue hebdoma- 

daire », 15 genn. 1910). 

F una specie di storia romanzata di C. G. autore delle Fiabe ; si legge volen- 
tieri ma il senso critico si desidera troppo spesso. Il desiderio della frase a razzo 
attrae troppo l'autrice, come quando, notato che la contessa Gozzi era una Tie- 
polo, conclude che « Gozzi est une sorte de Tiepolo littéraire ». Accidempoli ! 

11. C. Pettinato, Studi e ritratti - L'ultimo ritratto di C. Gozzi (in « Giorn. di 

Sicilia», 9-10 febbr. 1911). 

Non ho potuto vedere l'articolo del Pettinato ; la notizia m'è data dalla 
Rassegna bibliografica d. lett. it., 1911, p. 125, in cui si dice che l'articolo del P., 
nonostante un sottotitolo sesquipedale, che non riporto, non è se non il frammento 
di uno studio che il P. prepara. Il quale è probabilmente lo studio elencato al n. 13. 

12. V. Lugli, Il pregiudizio di C. Gozzi, in «Cronache letterarie», a. 1911, n. 58, 

28 maggio). 

Il pregiudizio di C. G. è il volersi mantenere legato al passato, alla tradi- 
zione chiudendo gli occhi a quanto nel presente c'è o ci può essere di bene : Gozzi 
è « uno spirito in contrasto col secolo più per umore disdegnoso che per intimo 
sentimento ». 

Questa è la conclusione dell'acuto esame, che il Lugli fa nel suo articolo, 
dell'anima e dell'arte del G. 



J 



368 . 9 /fj p 

13. C. Pettinato, C7w grande incompreso, Carlo Gozzi, in «Nuova Antologia», 

n. 955. 1 ott. 1911. 

« Paradossale esaltazione del Gozzi » fu giudicato questo articolo nel Giorn. 
st. d. lett. it., In realtà c'è del paradossale : dire che nella Marfisa ci sia una « sa- 
tira onniveggente, cosciente, esatta, universale », che fissa « per sempre, oltre 
che la fisionomia letteraria, la funzione storica di C. G. » è troppo ; e dire che 
« tre anni dopo, quella satira, incisa nel libero endecasillabo della nuova 
Italia, si sarebbe chiamata il Giorno » è ancora più di troppo. Così è certo troppo 
dire che « se il G. avesse incominciato dove finì, forse / Promessi Sposi li avrebbe 
scritti lui » ; il che è poi lo straripare di un accostamento che è già nel De Sanctis. 
Ma sono più che altro paradossi verbali, razzi finali, frasone ad effetto che chiu- 
dono, senza una vera ragione, dei periodi contenenti osservazioni anche buone. 

14. L. Ausonio, Carlo Gozzi, in «La Maschera», A. VII, n. 28, 5 nov. 1911. 

Articoletto elogiativo del teatro gozziano, al cui ritorno sulle scene si plaude, 
Ma non è esagerato dire che al G. spetta « il diritto di entrare, quarto, nell'esigua 
compagnia dei nostri grandi scrittori di teatro »? E che « contro il trionfo del 
borghese buon senso goldoniano egli rappresenta la reazione del buon gusto 
patrizio » ? 

15. G. A. Borgese, La vita e il libro. Serie II. Torino, Bocca, 191 1. 

Prendendo lo spunto dalla ed. Laterza delle Memorie, il Borgese traccia di 
Carlo Gozzi un profilo alla brava, che non si può dire non somigli all'originale, 
ma che fa tuttavia pensare a certi ritratti di fotografi-artisti, nei quali si ammira 
più la bravura dell'Autore che la somiglianza coli' originale. 

16. A. Serena, Varietà letterarie. Milano-Roma, Albrighi e Segati, 191 1. 

Nel volume del Serena è contenuto uno scritto su La Marfisa bizzarra del 
nostro G. Il giudizio del Serena è assai poco favorevole al poema, che la sua edi- 
trice C. Ortiz potè chiamare « uno dei migliori poemi eroicomici della letteratura 
italiana » (V. I parte) e che fu tanto esaltato da C. Pettinato (v. al n. 13) ; ma 
ci sembra che il Serena vada anche un po' troppo in là quando chiama il G. « un 
nauseato libertino reazionario ». 

Lo scritto del Serena è in sostanza quello pubblicato col titolo A proposito 
di una progettata edizione della « Marfisa bizzarra » nella rivista « Coltura e lavoro » 
(voi. XLV, Treviso, 1904). 

17. G. Toffanin, 77 romanticismo latino e i Promessi sposi. Forlì, Bordandini, 

1913- 

Il capitolo II del voi. del Toffanin si intitola : C. Gozzi e G. Parini, ma per 
la verità il raffronto o il parallelo critico che ci si aspetterebbe non ci sono. Il 
T. fa uno sfoggio forse eccessivo di erudizione, avventa giudizi non sempre me- 
ditati e argomenti più speciosi che persuasivi. Né i suoi giudizi e i suoi argomenti 
sviscera o chiarisce : « messo t'ho innanzi », arrangiati, lettore. 

18. G. Natali, Il ritorno di C. Gozzi, in « Ateneo Veneto », A. XXXVI, voi. II, 

fase. 3, 191 3. Riprodotto nel voi. Idee costumi uomini del Settecento, Torino, 

Sten, 1926. 

Scritto equilibrato che dà di C. G., specialmente analizzando la Marfisa biz- 
zarra, il vero ritratto : « ...il Gozzi non fu un retrogrado :.... avversò le novità del 
secolo illuminato per carità di patria ; combatté la corruzione femminile causa 
dello scadimento sociale ; difese le tradizioni letterarie nazionali ». « C. G. era uno 
di quegli uomini d'ingegno libero e vivo che si compiacciono d'andar contro cor- 
rente, che è il miglior modo di non agire sui contemporanei e di esser mal giudicato 
dai posteri ». E della Marfisa in particolare il Natali scrive : « Nessuno dei nostri 
storici letterari ha preso in esame questo bizzarro poema, se ne togli il De Sanctis, 
al quale nulla sfuggi di quanto nella nostra letteratura ha vero valore e significato ». 

19. P. Savi-Lopez, Da C. G. a R. Wagner, in « Marzocco », 1914. "• 35- 

Tratta della derivazione delle Fate di R. Wagner da La donna serpente di C. G. 



369 

20. T. Casini, C. Gozzi e le Fiabe nel voi. Ritratti e studi moderni. Roma, Albrighi 

e Segati, 1914. 

Lo scritto del Casini era già stato pubblicato nella « Rivista critica della 
lett. ital. » (a. II, n. 1, genn. 1885), ed è un'ampia e coscienziosa recensione del- 
l'edizione delle Fiabe curata da E. Masi ; il Casini si sofferma specialmente sulla 
fortuna delle Fiabe all'estero, aggiungendo notizie a quelle date dal Masi. 

21. G. Gabetti, / riflessi del viaggio in Italia nell'attività poetica del Grillparzer, 

in « Rivista d' Italia » 5 nov. 1914- 

Passim si accenna al Gozzi e alla fortuna delle Fiabe in Germania e in Austria. 

22. G. Manacorda, A proposito delle «Fate di R. Wagner, in «Marzocco», 1914, n. 36. 

Tratta, come il precedente articolo di Savi-Lopez, della derivazione delle 
« Fate » di W. dalla Fiaba gozziana. 

23. I. Bennett, Rich. Wagner, in «The musical Times»? 

Wagner è considerato in rapporto alla letteratura drammatica dei vari paesi, 
fra cui 1' Italia, e si dà speciale importanza a C. Gozzi. (Non ho la data dell'arti- 
colo di I. Bennett ; lo colloco dopo quello del Manacorda per la somiglianza del- 
l'argomento). 

24. S. Gugenheim, Essai de Littérature comparée franco-italianne. Milano, tip. 

Indipendenza, 1915- „ 

La Gugenheim nega ogni derivazione di C. Nodier da C. Gozzi, affermata 
da de Musset, e sostiene che le somiglianze tra i due scrittori sono semplici sfu- 
mature casuali derivate da somiglianza di temperamento. Ha occasione di accen- 
nare alla fortuna del Gozzi in Francia che non fu affatto grande prima di de 
Musset. 

Fa cenno dell'opuscolo della Gugenheim la « Rassegna bibliografica », aprile 

1917. 

25. M. Cerini, Circe e Sinadab, in «Rivista d'Italia», maggio 1917. 

Minuta analisi in cui si raffrontano l'episodio omerico di Circe e le trasfor- 
mazioni che avvengono nella fiaba Zobeide di C. G. 

26. G. Perale, Pantalone e le altre maschere nel teatro di C. G. (nella Raccolta di_ ^* 

studi di storia e critica letteraria dedicata a F. Flamini da' suoi discepoli). 

Pisa, Mariotti, 1 9 1 8 . 

Si dimostra come allegramente e spavaldamente riformasse il teatro, smen- 
tendo sé stesso, questo feroce avversario della riforma goldoniana ; così che ne 
esce un teatro che sta a sé, senza precedenti né continuatori, e che bisogna stu- 
diare con criteri che gli si adattino. Si esamina il valore e il significato delle ma- 
schere (cfr. al n. 38) ; e particolarmente si studia la maschera di Pantalone nelle 
sue varie e talora contradditorie incarnazioni. 

[Recensione di C. Grimaldo in «Gazzetta di Venezia», 18 febbr. 1919]- 

27. E. Bouvy, La comédie a Venise {Goldoni-Gozzi), introduction et choix de E. 

B. Paris, la renaissance du libre, 1919- 

Diligente e bene informata la introduzione del Bouvy, in cui si tratta della 
Venezia settecentesca, della vita e dell'arte del Goldoni e del Gozzi. Seguono del 
primo : Il cavaliere e la dama - Il vero amico - Il caffè - Le Barufe ciozote (il titolo 
della traduzione : Les disputes des Gens de Chioggia ha perso tutto il suo sapore) 
- Il ritorno dalla villeggiatura - La locandiera (che diventa la Maitresse d'Hotel : 
due parolone con tanto di circonflesso per te, agile Mirandolina !) Del secondo : 
II re Cervo - La donna serpente - Turandot. 

28. G. Ziccardi, La « Marisa bizzarra » di C. G., in « Rassegna crit. d. lett. ital. », 

XXIV, 1919. . . „ 

Studio acuto ed equilibrato, lontano dalla condanna generica come dalla 
esaltazione ingiustificata. Il G. è visto, come uomo e come artista, quale realmente 






370 

era, e il poema è posto nella sua vera luce. La prima parte dello studio, che espone 
l'argomento con arguzia e con gusto, lo abbellisce, e sembra preludere a un giu- 
dizio più favorevole : ma il fine esame che segue ne rivela l'incoerenza e la fiac- 
chezza, pur non disconoscendone i meriti, e di contenuto e di forma. 

Trascrivo due periodi, che danno in sintesi il giudizio dello Z. : « il G. manca 
di saldezza morale e di sentimento d'arte, cosicché, mentre annebbiava la visione 
comica con invettive e moralità inopportune, confondeva per fiacchezza etica lo 
scopo satirico, rendendo incerta e vacillante l'ironia, che spesso non si sa chi col- 
pisca. Quindi della concezione generale, che poteva dare un capolavoro, non 
restano vitali che episodi particolari, come accade di tutti i capolavori mancati ». 

Noto che lo Z. crede che in Marfisa sia da vedere Caterina Dolfin Tron ; 
opinione che non condivido, sia per il tenero che credo ci sia stato tra Cate e Carlo, 
sia per la dedica del poema a lei, e per le espressioni di stima, sia perchè esem- 
plari di Marfisa il G. ne trovava quanti ne voleva nella sua Venezia, e senza an- 
dare molto lontano : le sorelle nubili in caccia di marito e in lotta con lui e con 
la cognata potevano fornire più di un lineamento. 

29. N. Melloni, Francesco Albergati e Carlo Gozzi, in «'Archiginnasio», A. XVI, 192 1. 

La Melloni tratta dei rapporti, prima cordiali e poi aspri, tra i due comme- 
diografi, e pubblica una lettera anonima, violenta diatriba che essa attribuisce 
al G. ; a parte il fatto che nella lettera si dica male tanto del Gozzi che dell'Al- 
bergati, il che la Melloni pensa il G. abbia fatto per meglio nascondersi, a me lo 
stile non pare affatto quello del Gozzi. Poco esatta e superficiale è la Melloni dove 
accenna alla clamorosa vicenda delle Droghe d'amore. 

30. L. Tonelli, L'autore di «Turandoti, in «La Stampa», 21 marzo 1923. 

Prendendo occasione dalla recita di « Turandot » del G. al Vieux Colombier 
di Parigi, parla del geniale adattamento fattone da I. I. Olivier per renderla ac- 
cetta al gusto moderno, e si diffonde su alcuni aspetti dell'arte gozziana per con- 
cludere giustamente che « C. Gozzi era, forse, assai meno lontano dal Goldoni di 
quel ch'egli potesse mai credere ». 

31. A. Zardo, Le sepolture nelle chiese, in «Marzocco», XXVIII, 29, 30 settem- 

bre 1923. 

In una noterella foscoliana ci si dimostra che C. G. era contrario a vietare 
la sepoltura in chiesa ; cosa naturale in un conservatore come il G. 

32. A. Zardo, Gasparo Gozzi nella letteratura del suo tempo in Venezia. Bologna, 

Zanichelli, 1923. 

Nel primo degli studi raccolti in questo volume, « Come fu istituita un'Acca- 
demia » (già pubblicato in « Rassegna Nazionale », 1-3- 1907, col titolo « Un'acca- 
demia antigoldoniana »), che è, come è facile intendere, l'accademia dei granel- 
leschi, si parla anche di C. G. 

Nel secondo studio « Il Cesarotti e i suoi avversari », si parla della contesa 
tra Cesarotti e C. G. di cui si occuperà poi ampiamente N. Vaccaluzzo (v. al n. 67). 

33. L. Tieck, Il gatto con gli stivali. Versione, introduzione e note a cura di E. 

Maddalena. Firenze, Sansoni, 1924. 

A pagg. XIV e XV della Prefazione il Maddalena nota la parentela della 
fiaba teatrale del Tieck colle fiabe gozziane ; a p. 141, nella nota 25, riporta quanto 
il Tieck stesso scrisse dopo la sua prima fiaba Ritter Blaubart : « Senza voler imi- 
tare il Gozzi, il diletto di quella lettura m'aveva indotto a comporre per la scena, 
in altro modo e secondo il nostro gusto, una fiaba fantastica ». 

Notevole testimonianza della fortuna del Gozzi in Germania. 

34. T. Mantovani, C. G. e la fiaba scenica, in « Nuova Antologia », n. 1259, 1 sett. 

1924. 

Buon articolo informativo, nel "quale in fondo non c'è nulla di men che 
noto ; può essere tuttavia consultato utilmente la prima parte che dà ragguagli 
sulla fortuna delle Fiabe fuori d' Italia. 




37i 

35- G. Mazzoni, Abati, soldati, attori, autori del Settecento, Bologna, Zanichelli, 

1924. 

Si riferisce a C. G. lo studio Dopo rilette le Fiabe del Gozzi (a p. 99). Nel- 
1' Indice il Mazzoni avverte : La prima parte, col titolo Su le Fiabe di C. G., 
uscì, firmata Wagner il Pedante, in La Domenica del Fracasso, Roma, 27 feb- 
braio 1885 ; quindi nel volume In Biblioteca, Bologna, Zanichelli, 1886 ; la seconda 
parte nel volume In Biblioteca, Roma, Sommaruga, 1883, e nell'edizione bolo- 
gnese suddetta, col titolo Academicus prò Academia. 

Il breve studio, preceduto da una lettera a Luigi Piccioni, è come tutte le 
cose del Mazzoni, dotto e fresco, e dà delle Fiabe del G. giudizio esatto e defi- 
nitivo : che, poiché noi possiamo vantare nella nostra letteratura una felice tra- 
dizione di opere fiabesche, il G. si valse di questa materia « sagacemente per l'im- 
mediato successo ; non con intenzione e con virtù di poeta ». 

Pertanto il valore delle Fiabe non può essere se non storico, poiché esse non 
sono riuscite né « opera di poesia né un'espressione di eleganza ». « Ma le appa- 
renze eran tali che s'intende come potessero illudere a lungo ; specialmente illu- 
dere coloro, cui, perché stranieri, lo stile e il verso non rivelavano esser quella lì 
roba di troppo poco o di nessun valore poetico ». Ecco spiegato il fatto, apparen- 
temente strano, del suo successo, e a lungo durato, fuori d'Italia, quando tra noi 
delle Fiabe appena si pispigliava. Notata poi l'importanza delle Fiabe nella storia 
europea del Romanticismo, il Mazzoni riporta alcune pagine della Chiacchiera 
intorno alla lingua letterale italiana, che si ricollega alla lotta del G. contro Chiari 
e Goldoni, e si ricollega per altra ragione agli scritti pedagogici di Gasparo Gozzi. 
La Chiacchiera è pubblicata da N. Vaccaluzzo (v. al n. 67). 

36. L. Tonelli, 77 teatro italiano dalle origini ai giorni nostri. Milano, Modernis- 

sima, 1924. 

Parla delle Fiabe del G. con conoscenza diretta dell'argomento, per quanto 
non dica in fondo niente di nuovo. Strano che il Tonelli non faccia almeno cenno 
del teatro di C. G. imitato dallo spagnolo, che, per quanto non abbia grande im- 
portanza, non si può trascurare affatto, se si vuol comprendere appieno il valore 
e il significato delle Fiabe ; poiché le commedie imitate dallo spagnolo si interca- 
lano cronologicamente alle Fiabe (cfr. Perale, Pantalone e le altre maschere, ecc. 
V. n. 26). 

37. A. Guerrieri, Le fiabe di C. G. Catania, off. tip. « L'illustrazione siciliana », 

1924. . 

Il Guerrieri, per sua confessione, conosce soltanto lo studio del Masi che pre- 
cede le Fiabe nell'edizione Zanichelli, perché, dice, non ha potuto vedere altro. 
Nonostante ciò, e nonostante una certa inesperienza, il lavoretto non è privo 
di pregi. 

38. G. Ziccardi, Le Fiabe di C. G., in « Giorn. stor. d. lett. It. », LXXXIII, 1924, 

fase. 1, 2, 3. 

Analisi acutissima e diligente dell'opera più famosa del G., in cui in cinque 
capitoli sono esaminati : 1. I limiti dell'originalità delle Fiabe, 2. La passione, 3. 
77 riso, 4. La satira, 5. Sintesi critica. Difetto principale delle « Fiabe », secondo il 
Z., è la « debolezza espressiva della passione », derivante dalla « mediocrità del G. », 
la quale mediocrità « fa si che non diventino capolavori neppure quelle che erano 
avviate a esser tali ». L'esame attento delle Fiabe porta lo Z. a notarne « la incoe- 
renza critica, fantastica e sentimentale » e a constatare come il meraviglioso sia 
« estrinseco e intruso », e « discordante » la comicità delle maschere. Vero è che 
più oltre egli trova le maschere a posto, come reazione del nostro buon senso 
occidentale al meraviglioso orientale. Nel che, sia pure per ragioni un po' di- 
verse, convengo col Ziccardi, che, non so perché mi attribuisce un giudizio con- 
trario. Ho scritto nel mio studio : « non trovo affatto che le maschere stonino in 
quella festa della fantasia che sono le Fiabe ». E più sotto : « le maschere^ stone- 
rebbero se il G. le avesse rese più vive, se le avesse più accostate alla realtà ; così 
stilizzate invece, esse non guastano la linea della costruzione fiabesca ». Mi par 
chiaro. 



372 

Assai persuasiva è la spiegazione del diverso atteggiamento dei romantici 
tedeschi e italiani di fronte al G. : ai primi piace perché colla libertà d'azione delle 
Fiabe, colle allegorie morali, colla parodia reca loro un'arma contro il neo-clas- 
sicismo ; ma i secondi sentono istintivamente, anche prima che il De Sanctis la 
indicasse criticamente, la debolezza dell'arte di lui. 

39. P. Molmenti, La villa Gozzi a Vicinale nel Friuli, in « Emporium », Bergamo, 

sett. 1925. 

Succoso articolo divulgativo, in cui si parla naturalmente anche di Carlo, 
dei manoscritti dei Gozzi perduti durante l'invasione e di quelli felicemente ricu- 
perati, e si preannuncia la pubblicazione degli scritti inediti di C. pubblicati poi 
nel « Giorn. stor. d. Lett. It. » (v. al n. 50). 

40. P. Molmenti, La « Turandot » di Gozzi, in « Secolo », 6-XI-1925. 

Articolo informativo, che nulla di nuovo dice, né si poteva pretendere che 
dicesse. 

41. s. d. a. (Silvio D'Amico) «Turandot» di Carlo Gozzi al Costami, in «Idea 
nazionale », 29-XI-1925. 

Stroncatura, tutt'altro che priva di solide ragioni, del teatro fiabesco, dei 
suoi ammiratori passati (« i poveri di spirito e i nordici ») e presenti (« la creduta 
attualità del poeta fra i tedeschi e i russi d'oggi »), e dello spettacolo in sé, nono- 
stante il successo. 

42. Lucio D'Ambra, « Turandot » di Carlo Gozzi al Costami, in « L' Epoca », 

29-XI-1925. 

Articolo severo nel giudicare la fiaba gozziana, la cui «leggiadria... è tutta 
ornamentale ; indecisa tra il mondo fiabesco e la realtà vivente » e tale che se « le 
maschere sono ancor vive, in lei gli uomini non sono mai nati ». 

È il giudizio che, dopo la prima infatuazione, hanno dato concordemente i 
critici italiani. 

43. V. Pisani, Il « Corvo » di Carlo Gozzi e un racconto corrispondente della novel- 

listica indiana, in « Rassegna italiana », a. 1925, p. 354. 

Il Pisani dimostra l'esistenza di una relazione tra la fiaba del G. e un rac- 
conto del Kathasaritsagara, che, in lingua povera, vorrebbe dire « Oceano dei 
fiumi dei racconti » : un nome simile non potrebbe voler dire meno. La concor- 
danza tra il racconto e la fiaba è evidente, nonostante qualche differenza. Tuttavia 
si sa che il G. trasse questa e le altre fiabe dal Cunto de li cunti del Basile. L'inte- 
ressante articolo del Pisani è riassunto in « Marzocco » del 2 agosto 1925. 

44. Fr. Pedrina, L'Accademia Gozziana, contributo alla storia e alla critica letteraria 

della prima metà del sec. XVIII. Milano, Soc. ed. D. Alighieri, 1925. 

Tratta dell'accademia formatosi in casa Gozzi, e della quale si può consi- 
derare una figliazione la più famosa accademia granellesca. Viene quindi esami- 
nata l'attività giovanile dei fratelli G. e vengono date notizie accurate e interes- 
santi di altri accademici. 

45. L. Ferrari, Le traduzioni italiane del teatro tragico francese nel sec. XVII e 

XVIII. Saggio bibliografico. Paris, Champion, 1925. 

Nella sua diligentissima bibliografia, che modestamente si intitola Saggio, 
il Ferrari parla, a p. 105-106 anche della traduzione, o meglio adattamento, del 
Fayel, tragedia di Francois-Th. -Marie d'Arnaud, che il G. fece nel carnevale 1771-72 
per la Teodora Ricci. 

46. A. Zardo, / due Gozzi e il Goldoni, in « Nuova Antologia », 1 maggio 1919 

e 16 sett. 1920 riprodotto, poi con lievi mutamenti in Teatro Veneziano del 
Settecento. Bologna, Zanichelli, 1925. 

Breve studio specialmente interessante perché chiarisce l'atteggiamento dei 
due Gozzi di fronte a Goldoni : favoreole e amichevole quello di Gasparo, sebbene 



373 

appartenesse anch'egli ai Granelleschi, irreducibilmente ostile e spesso cattivo 
l'atteggiamento di Carlo, ingiusto non solo contro Goldoni, che si mostrò sempre 
tanto urbano e sereno pur nelle repliche, ma anche contro il fratello Gasparo, 
sospettato di essersi fatto comperare dal Goldoni, e riguardato come un traditore 
ranella lotta intrapresa dalla famosa Accademia. 

47. R. Simoni, La « Turandot » di Carlo Gozzi in « Corriere della Sera », 17-II-1926. 

L'articolo è scritto dopo il tiepido successo avuto a Milano dalla Fiaba del 
G., ed è interessante sentire uno dei due autori del libretto per l'opera di G. Puc- 
cini affermare che « una sola battuta delle Baruffe chiozzotte vale più di tutto il 
mondo di carta di questo nemico del Goldoni ». Né c'è contraddizione : altro è 
cavare dalla fiaba gozziana un fantasioso libretto per la dolce musica pucciniana, 
altro è giudicare ancora vive queste fiabe scritte per ripicco e per scommessa. 

Non credo di dovermi occupare degli articoli scritti per la « Turandot » di 
Puccini, libretto e opera. 

48. T. Mantovani, Carlo Gozzi, Roma, Formiggini, 1926, n. 84 della Collezione 

« Profili ». 

Succoso ed equilibrato profilo. Come uomo e come artista il Gozzi è messo 
nella sua giusta luce. Alle sue opere minori è dato più che altro il compito di illu- 
minare le Fiabe, per le quali è attribuito al G. fin dalle prime righe « il merito 
incontestabile di aver concepito con originale arditezza e abilmente tradotto in 
una singolare forma scenica un genere di rappresentazione, che non ha riscontro 
in alcun altro straniero ». Limpide nella loro brevità le notizie sulla fortuna del 
G. fuori d' Italia. 

49. B. G. Dolfin, Caterina Dolfin Tron e il Gozzi, Milano, tip. G. Selvatico, 1926. 

Opuscolo di poco valore. 

50. P. Molmenti, C. Gozzi inedito, in « Giorn. st. d. lett. Ital. », voi. LXXXVII, 

1926, p. 36 sgg. 

Interessante articolo in cui il M., con la competenza che tutti gli conoscono, 
rende conto di un ms. importantissimo, la prima redazione delle Memorie, con- 
servato nell'archivio dei G. a Vicinale, e riproduce un tratto riguardante la pubbli- 
cazione delle opere teatrali di C. G. e un altro in cui si parla della Caterina Dolfin 
Tron ; inoltre alcune lettere. 

V. anche un articolo di R. Simoni, C. G. inedito in « Corriere della Sera », 
IO-III-I926. 

51. G. Natali, Il Settecento, Milano, Vallardi, 1929. 

Del G. il Natali parla con giusta misura e con sicurezza di giudizio, e dà 
nelle note utili indicazioni bibliografiche. 

52. C. L. Curiel, Una commedia della gelosia : «Le Droghe d'Amore », in « Glossa 

perenne », I-1929. 

Espone con chiarezza e con l'appoggio di qualche documento d'archivio la 
famigerata storia della commedia del G. e della conseguente disgrazia del Gratarol. 
Non molto benevolo si mostra il Curiel verso la Caterina Dolfin Tron. Anche prima 
del magistrale lavoro di G. Damerini, personalmente non ho creduto alle accuse 
infami del Gratarol : nella società veneziana della fine della Serenissima il pette- 
golezzo e lo scandalo erano uno svago ; se male ne venne dal contegno della Tron 
fu certo contro le sue intenzioni, ed ella se ne dolse per prima. Un largo riassunto 
dello studio del Curiel ha Lector nel « Marzocco », 17-3-1929- 

53. G. Damerini, Vita avventurosa di Caterina Dolfin-Tron. Milano, Mondadori, 

1929. 

Nel bel libro del Damerini si accenna ripetutamente ai Gozzi, e a Carlo in 
modo speciale, sia per faccenda de « Le droghe d'amore », sia pei rapporti amorosi 



374 i 

tra la Dolfin e Carlo, a cui chi crede a chi non crede. Per conto mio sto con chi ci 
crede, ammettendoli non già « appena, divorziata dal Tiepolo », come è sfuggito 
detto al Molmenti (v. n. 50), poiché il divorzio dal Tiepolo e il matrimonio col Tron 
sono dello stesso anno 1772, ma dopo la separazione dal Tiepolo e prima che Cate 
si legasse col Tron. 

Del voi. del Damerini si può utilmente vedere una ottima recensione in 
« Il Marzocco », Anno XXXIV, n. 43, 27 Ott. 29, a cui nel n. 44 replicò il Dame- 
rini e controreplicò Lector in una cortese polemichetta. 

54. L. Rava, Lorenzo da Ponte, Carlo Gozzi e Caterina Dolfin Tron. Roma, nelle 

« Pagine della Dante », nov. die. 1929- 

Opuscoletto senza pretese in cui accenna ai casi dei tre personaggi pren- 
dendo occasione dalla stampa delle Memorie del da Ponte fatta a Filadelfia, dal- 
l'edizione delle Fiabe curata dal Masi e dal volume del Damerini sulla famosa 
procuratessa. 

55. G. Bustico, Bibliografia del '700. Milano, Fed. Ital. Bibliot. Pop., 193°- 

L'autore dice nella prefazione al suo volumetto che avrebbe « potuto facil- 
mente non dico raddoppiare, ma decuplicare » il suo elenco bibliografico. Infatti 
dà sul G. solo poche indicazioni, e non tutte quelle che potevano essere anche 
più interessanti. 

V 56. R. Simoni, « L'Augellin belverde » al Convegno, in « Corriere della Sera », 

13-XII-1930. 

Rendiconto della recita data con successo a Milano dalla compagnia del 
Thédtre ambulant de la petite scène. Mi pare interessante sopratutto, a parte la 
competenza con cui il S. parla del G., il fatto che egli dice di aver capito « il fascino 
che le fiabe dovettero avere nei paesi che non le hanno lette nell'originale.... Se 
si disimpacciano dal peso dei versi gozziani, poltigliosi, scagliosi, rugosi, s'alza 
da esse uno svariare di colori, una finta ingenuità piena di malizia, una buffoneria 
graziosa ». È la più persuasiva spiegazione forse del silenzio che si è fatto da noi 
intorno alle fiabe dopo il primo baccano, e dell'interesse conservatosi vivo in altri 
paesi. 

v/^57. H. Hoffmann-Rusack, A survey of the rise and decline of the Gozzi vogue in 
Germany and Austria, with especial reference to the German Romanticists, 
in « Columbia University Germanie Studies ». New York, Columbia Uni- 
versity Press, 1930. 

Non mi è stato possibile vedere il lavoro della signora Hoffmann-Rusack. 
Una favorevole recensione ne dà Otto Weidenmùller, che lo giudica « perfetto 
lavoro», in Die Neueren Sprachen (Band 41, Heft 6, 1933, p. 380). Dal titolo ri- 
sulta chiaramente quale è l'argomento dello studio della Hoffmann-Rusack. 

58. B. Cestaro, C. Gozzi e le sue gite a Padova (estratto da « Padova » Rivista 

d'arte, storia e attività comunale. Fase. I-II. Gennaio-Aprile, Anno I, n. s. 

(V). Padova, Soc. coop. tip., I93 1 - 

Articolo che si legge volentieri, ma che lascia un po' delusi. Comincia il 
Cestaro a pigliarsela coi giudizi fatti, colle formule, da cui occorre liberarsi per 
rettamente giudicare : ottimamente ! Accenna al modo come noi sentiamo e giu- 
dichiamo il Settecento diversamente che nel passato : ottimamente ! Poi delinea 
un C. G. « assai diverso, anche nelle sue stranezze e nella sua ipocondria » dal 
tradizionale, che « il G. passò, e forse si credette, un reazionario così nelle lettere 
come nella politica, ed era, spesso, più innanzi di chi si considerava all'avanguar- 
dia » : e ci dà di questo G. nuovo qualche lineamento. 

Ma tutto poi si riduce a un'eco lontana di quanto aveva scritto, esage- 
rando, il Pettinato nel 191 1, e con misura, il Natali nel 191 3. Quando ci aspet- 
tiamo il più e il meglio, desinit in piscem : si va a parlare delle gite a Padova, 
e delle varie loro ragioni, ragioni che conosciamo e che hanno importanza assai 
relativa. 



375 

59- G. Ziccardi, Forme di vita e d'arte nel Settecento - Saggi su C. Goldoni, C. Gozzi, 
G. Parini, n. II della Collana degli « Annali della Istruzione Media ». Fi- 
renze, Le Monnier, 1931. 
Il saggio sul Gozzi è formato da passi scelti dallo studio La Marfisa Bizzarra 

pubblicato in « Rassegna critica d. lett. it. » citato (n. 28) e da passi scelti dallo 

studio Le fiabe di C. G., pubblicato in « Giorn. stor. d. lett. ital. » citato (n. 38). 

Un accenno al Gozzi è anche nella prefazione del voi. 

60. G. Ortolani, Carlo Gozzi in «Rivista di Venezia», anno X, n. 1-2, 1931. 

Avrebbe dovuto essere, come mi informa l'A., la prefazione per una ristampa 
delle Fiabe, che poi non si fece ; e penso che nella redazione originale il testo fosse 
accompagnato da note bibliografiche, che qui, data l'indole della Rivista, man- 
cano del tutto. Così com'è, è la migliore sintesi degli studi gozziani. Chi, come 
me, ha letto tanti, pur ottimi, lavori, sente che di tutti si è nutrito il profilo del- 
l'Ortolani, ma vi sente pure la originalità del conoscitore profondo del Settecento, 
che vede e giudica personalmente. 

Notevole l'osservazione che le Fiabe sono state esaminate « con concetti 
più o meno letterari », mentre « furono create per il teatro, ebbero vita sul teatro, 
servirono di diletto agli occhi, fantasmagorie informi e strane del Settecento vene- 
ziano » ; è difetto molto comune questo nei critici di esaminare le opere di teatro 
con preconcetti libreschi. Il ritratto morale del G. e disegnato da maestro ; ed è 
proprio vero che « la sua tenacia non apparisce decadenza veneziana, anzi somiglia 
alla virtù campagnola friulana ». 

61. A. Casella, Come e perché scrissi « La donna serpente », in « Italia letteraria », 

13-III-1932. 

Il nostro musicista tratta naturalmente più della propria opera che del G., 
ma quanto egli dice ci interessa anche pel nostro argomento. Poiché egli parte 
dal concetto che l'opera è un genere d'arte in cui i personaggi « vivono cantando », 
e quindi un genere tutto di fantasia, è naturale che egli confessi che la fiaba del 
G. lo « interessò sopratutto per le sue straordinarie possibilità musicali ». 

62. B. Cestaro, C. Gozzi. Milano, Paravia, 1932. 

Il volumetto del Cestaro fa parte della collezione paraviana degli Scrittori 
italiani, e perciò, per quanto l'autore avverta ch'esso « non è una semplice com- 
pilazione », non può neppure pretendere di essere un lavoro originale. Ad ogni 
modo il profilo di Carlo, seguendo le Memorie, non è tracciato male ; e buona è 
la scelta dei brani delle Memorie, delle Fiabe e della Marfisa. Non appare chiara 
l'origine della prima fiaba : parrebbe che anziché nascere da una sfida del G. al 
Goldoni, essa fosse occasionata dalla sfida del Chiari ai Granelleschi. Né avrei par- 
lato sic et simpliciter di « tentato suicidio » di Gasparo : a parte le circostanze in 
cui avvenne il triste caso, il carattere e tutta la vita di Gasparo non consentono 
di pensare a un tentato suicidio. 

63. L. M. de Bernardis, La leggenda di Turandot. Genova, Marsano, I93 2 - 

Studio diligente sulle fonti di Turandot, sulla fiaba di C. Gozzi e sugli svol- 
gimenti successivi del dramma gozziano in Italia e fuori. 

64. L. Di Francia, La leggenda di Turandot nella novellistica e nel teatro. Trieste, 

C. E. L. V., 1932. 

Minuta e diligente analisi della leggenda, analisi in cui ha la parte che gli 
spetta anche C. G. 

V. Recensione in « G. st. d. lett. It. », voi. CI, 1933- v - anche B. Chiurlo in 
« Marzocco », 1932. 

65 G. Marta, Venezia e le sue glorie settecentesche : Carlo Gozzi, in « Illustrazione 
Italiana », LIX, 25 ; 1932. 
Articolo divulgativo, adatto all'indole della Rivista. 

26 - A. CXXX - V. 127 



376 

66. N. Vaccaluzzo, L'invasione della lingua francese in Italia in uno scritto ine- 

dito di C. G., in « Nuova Antologia », i maggio 1932. 

È una primizia dello studio del Vaccaluzzo : Un accademico burlesco contro 
un accademico togato (v. n. 67). 

67. N. Vaccaluzzo, Un accademico burlesco contro un accademico togato, ossia 

Carlo Gozzi contro Melchior Cesarotti. Scritti inediti sulla lingua italiana e 

sui doveri accademici. Livorno, Giusti, 1933- 

Il Vaccaluzzo pubblica, facendoli precedere da una diligentissima e interes- 
sante Introduzione, quattro scritti inediti di C. G. : i°) Chiacchiera di Carlo Gozzi 
intorno alla lingua litterale italiana ; 2 ) Alcune ricerche dello scrittore della Chiac- 
chiera intorno alla lingua litterale italiana fatte sopra al libro intitolato : Saggio 
sopra la lingua italiana ; 3 ) Ragionamenti di C. G. sopra una causa perduta ; 
4 ) Riflessioni sopra i « Doveri accademici » dell'abate Melchior Cesarotti. 

La Chiacchiera avrebbe dovuto servire di prefazione alla ristampa della 
Marfisa, e il Vaccaluzzo osserva che ristampando la Marfisa per la collezione 
Laterza, l'Ortiz avrebbe potuto esaudire il desiderio del G. premettendovi la Chiac- 
chiera. Come s'è veduto, ne aveva pubblicato qualche pagina il Mazzoni. Le Ri- 
cerche e il Ragionamento trattano lo stesso argomento della Chiacchiera ; il Ragio- 
namento anzi ne è in molti punti un rifacimento, o anche una ripetizione. Men- 
tre « per il Cesarotti — mi servo delle parole del V. — nessuna lingua è pura, la 
lingua è una continua creazione, è l'espressione immediata dello spirito di un 
popolo, d'un'epoca », per il Gozzi invece « la lingua comune è il toscano letterario 
incasellato negli scrittori classici ». La mentalità del G. « antisistematica e anti- 
enciclopedica », si ribella, come alle innovazioni politiche e alle innovazioni arti- 
stiche, anche a quelle linguistiche, ed esce in un grido, che è veramente doloroso ! 
— L' Italia, che fu maestra di tutta l'Europa in ogni genere, non ha più libri 
degni di essere aperti, non ha più ingegni, non ha più lingua. — Doloroso e com- 
movente, poiché « difendendo la Crusca e il purismo, l'autorità degli scrittori e 
la tradizione letteraria, il G. credeva di difendere l'integrità della famiglia e del 
carattere nazionale, l'anima e il corpo della società, secondo i cardini tradizionali 
dello Stato e della Chiesa ». 

E pur senza le intransigenze eccessive del G. credo che noi tutti dobbiamo 
sottoscrivere a quelle che erano le basi del suo pensiero. 

Così di fronte alle troppo accademiche Riflessioni cesarottiane, « l'ordine 
e il metodo pratico del sapere, scrive il V., il sistema dei premi e la spinta ai gio- 
vani d'ingegno isolati e senza mezzi, il fervore del lavoro collettivo, la personalità 
dell'Accademico a sé, fuor del professore e del letterato, in un Corpo sociale, con 
doveri più che diritti, e doveri disinteressati in servizio della cultura, e la proposta 
d'una repubblica federativa di tutte le Accademie italiane « per lavorare di con- 
certo alla perfezione del sistema universale delle conoscenze, ch'è quanto dire 
alla massima gloria dello spirito umano e al massimo vantaggio dell'umanità » 
sono riflessioni non indegne di attenzione anche oggi ». Alcuni di tali provvedi- 
menti il Regime ha adottato proprio in questi ultimi anni. 

V. recens. di L. Falchi in « Giorn. Stor. d. Lett. Ital. », 1933, fase. 306. 

68. L. Di Francia, 77 Mostro turchino (Fiaba tragicomica di C. G.), in « Giorn. 

stor. d. lett. It. », V. CHI, 1934. 

Indica la fonte della Fiaba, che è una novella de Les Milles et un quarts 
d'heure del Gucubette, fonte sfuggita ai precedenti studiosi del G., e nota remi- 
niscenza e derivazioni da altri autori nostri e stranieri. Lavoro assai diligente, 
come l'altro dello stesso autore sulla leggenda di Turandot. 

69. M. Ottavi, C. G. imitateur de Moreto : «El desden con el desden » et « La princi- 

pessa filosofa », in « Mélanges de philologie, d'histoire et de littérature offerts 

à H. Hauvette ». Paris, Les presses francaises, 1934- 

Si dimostra che il G. segue molto da presso la commedia presa a imitare, 
ma che i mutamenti da lui portati alterano sensibilmente il carattere dell'origi- 
nale spagnolo. E il giudizio che l'Ottavi dà su questa commedia, che « quando la 



377 

poesia sta per sgorgare un riso sarcastico spezza immediatamente il suo slancio », 
si può ripetere per tutta l'opera del G. 

70. I. Sanesi, La commedia. Milano, Vallardi, 1935. 

Del G. il Sanesi tratta con giusta misura sia nei rapporti con Goldoni, e 
colla riforma goldoniana, sia rispetto al valore delle Fiabe e dell'altro teatro góz- 
ziano. 

71. E. Falqui, Una lettera di C. G. a Maria Fortuna, 19-6-1784, in «Quadrivio», 

1-8-1937. 

Briosa presentazione di una lettera di C. G. che dice corna dei librai (editori) 
e dei romanzieri (scrittori) del suo tempo, e conclusione poco confortante che il 
nostro settecentista può essere per certi rispetti attuale. 

72. M. Dazzi, Disegno di una storia della Letteratura Veneziana. La Nuova Italia. 

Firenze, s. d. (ma. 1937). 

Naturalmente al G. accenna appena, data la piccola mole del lavoro, ma 
accenna con competenza e con misura. 

73. G. O. Gallo, Lettere sconosciute di C. Gozzi, in «La Nazione», 27-12-37. Arti- 

colo ripubblicato poi con adattamenti in altri giornali. 

Vivace e arguto colpo d' occhio alla Venezia del tempo del G., e ben trat- 
teggiato profilo del G. fatto spulciando qualcuna delle lettere di cui darà più 
ampia notizia 1' Ortolani nell' opuscolo indicato al numero seguente. 

74. G. Ortolani, C. Gozzi ipocondriaco (da un carteggio inedito degli anni 1785- 

1787), in « Rivista Italiana del Dramma », Roma, 15-3-38. 

Gustoso e garbato articolo, in cui l'Ortolani annota commenta, lega stralci 
di lettere scritte da Gozzi vecchio all'amico Innocenzio Massimo di Padova, e al 
figlio di lui, lettere contenute in due codici del Museo Correr. Il nostro Gozzi vi 
apparisce, come nelle Memorie, come in tutto, sopratutto preoccupato di sé, dei 
propri mali, delle proprie noie : personaggio dominante cui l'universo fa da sfondo. 

75. G. Ortolani, C. Gozzi e la riforma del teatro (dagli scritti inediti) , in « Rivista 

Italiana del Dramma», n. 4, 15, VII, 1940. 

Dopo averci rinfrescato, con notazioni e richiami originali, la memoria 
dell' Accademia Granellesca e dei suoi rapporti colla riforma goldoniana, 1' Orto- 
lani riassume e in parte riporta degli scritti inediti di C. G. contro Goldoni con- 
tenuti in un codice marciano. Si tratta di una « finta risposta di un amico e una 
finta Lettera Fegeiana (si sa che Fegeio è Goldoni), in cui il commediografo im- 
plorava contro la Tartana consiglio ed aiuto » ; e poi dello scritto II Teatro 
Comico all' Osteria del Pellegrino tra le mani degli Accademici Granelleschi. En- 
trambi gli scritti, garbatamente presentati dall'Ortolani, portano qualche sprazzo 
di luce sulla famosa contesa tra Gozzi e Goldoni, e interessano gli studiosi del 
sempre interessante settecento. In Appendice l' Ortolani pubblica tre sonetti 
inediti, brutti artisticamente e più brutti moralmente, perchè infetti di bava 
viperina, e l' importante Capitolo in lode del Sacchi, di cui qualche terzina aveva 
già pubblicato nello scritto da me citato al n. 60. 

Con questo opuscolo dell'amico carissimo, che mi fu largo di utili indica- 
zioni, e cui rendo pubbliche grazie, chiudo questo mio forse non inutile lavoretto. 

Venezia, settembre ig4o-XVIII 

Guido Perale 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



AL CONGO CON BB.AZZA 

Elio Zorzi non è andato, materialmente, al Congo con Pietro di Brazzà : non lo 
poteva, non essendo ancora nato : ma vi ritorna spiritualmente, prendendo 
a compagni di viaggio i lettori del libro (i), nel quale egli fa rivivere l'appassio- 
nante conquista dell' impero africano fatta dal conte friulano per la Francia, 
malgrado la frequente incomprensione di questa. E fa poi, lo Zorzi, largo posto 
nel volume alla parte inedita delle lettere di Giacomo Brazzà, fratello del pioniere, 
ed al « giornale », tutto inedito, del suo compagno nella esplorazione scientifica, 
Attilio Pecile, i quali si erano recati in Africa al seguito del Comandante 
Pietro Brazzà. 

Nelle prime 172 pagine del volume lo Zorzi riassume la storia della occupa- 
zione, per parte di potenze Europee, del Congo, dal 1469, quando lo scoprirono i 
Portoghesi, al 1872 quando vi arrivò Pietro Brazzà. Storia varia, e non sempre lumi- 
nosa : i Portoghesi impongono la fede cattolica, ma asportano schiavi per le miniere 
del Brasile : poi contese di possesso colla Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra, 
Germania, e ribellioni degli indigeni, edificati da codeste lotte tra bianchi. Sacri- 
fici di missionari, prepotenze di avventurieri, più o meno ipocrite affermazioni di 
una od altra nazione di voler abolito lo schiavismo, ribadendo al collo di intere 
tribù le catene spezzate dai piedi di qualche schiavo individuo. Le lotte sono 
acerbe in terra d'Africa, divampano nelle nostre : e dal turbine vengono sradicate 
famiglie dalle secolari sedi avite : tra queste i Brazzà, che « andarono errando per 
le strade del mondo per non cadere colla caduta della Republica di Venezia sotto 
il dominio austriaco » : ed in modo particolare il Co. Ascanio, di cui Pietro fu il 
decimo figlio, « invasato da fantasie di viaggi lontani ». E poiché la famiglia aveva 
preso stanza a Roma, avvenne Pietro fosse ricevuto dall' ammiraglio di Montaignac, 
ottenendo da lui la iscrizione, « quale suddito romano ed a titolo straniero », nella 
scuola navale francese. « Buon soggetto, ma indisciplinato » egli seppe tuttavia 
farsi apprezzare, e, dopo il disastro della Francia nel 1870, cavallerescamente domandò 
la cittadinanza francese. Veramente, fu detto, era anche dopo il XX settembre 1870. 
Bizza, se mai, del giovane Pietro, che aveva allora 18 anni : che altri dovevano essere 
i sentimenti della famiglia, se dopo 25 anni vedremo Giacomo Brazzà e Attilio Pecile, 
peregrini d'Africa celebrare il XX settembre con un cosciotto di capra. Nel 1872 
Pietro Brazzà, ventenne ottenne la cittadinanza francese ed il grado di « enseigne », 
ossia sottotenente di vascello di complemento, col quale nel 1875 ottiene di partire 
per la sua prima spedizione, col progetto di esplorare il misterioso fiume Ogouè, fino 
alle sue sorgenti. A tale scopo il governo francese gli anticipa 10.000 franchi, e la 
famiglia Brazzà un po' alla volta gli diede oltre 700.000 lire (oro). Generosità che la 
Francia non voleva vedere, mentre le veniva regalato un impero per estensione 
quadruplo del territorio metropolitano. Uno, curioso alla ricerca di combinazioni... 
inconcludenti, potrebbe osservare che Brazzà ebbe protettori due orbi volontari : 
Gambetta, che diede prova della più caparbia testardaggine ficcandosi una penna 
in un occhio, ed il capostregone Renoke, che si era accecato volontariamente per 
accrescere il proprio prestigio. 

L' A. ci viene esponendo gli incontri di Brazzà collo Stanley : grandi esplo- 
ratori di origine e maniere così diverse : l' italiano di antica nobiltà, fattosi cittadino 
francese, che procede colla pazienza, dolcezza, generosa benevolenza : che compra 
schiavi per liberarli : 1' oscuro figlio illegittimo di una inglese, fattosi cittadino 
americano, che ritrova Livingstone, scopre il Congo, riconduce alla costa Emin 
Bey ed il capitano Gaetano Casati dalla Equatoria: si apre la strada col ferro e 



(1) Elio Zorzi ■ Al Congo con Brazzà. Viaggi di due esploratori Italiani nel carteggio e nel giornale 
inediti di Attilio Pecile (1883-1886) ». Con 26 illustrazioni e una carta f. t. Ed. Istituto per gli studi di politica 
internazionale, Milano, 1940, 614 pagine, L. 40. 



379 

col fuoco e attraverso ad un nuovo diritto coloniale crea il cosidetto stato libero 
del Congo, che Leopoldo II confisca per se, mentre in nome dello antischiavismo 
istituisce la più atroce organizzazione schiavista per lo sfruttamento del caucciù e 
dell' avorio. Deve pure il Brazzà sostenere gli interessi di Francia di fronte ad 
un ufficiale italiano quale rappresentante dello stato libero del Congo : Alfonso 
Maria Massari, già compagno di esplorazione del Matteucci, passato, nel 1884, al 
servizio dello stato libero del Congo, col consenso del Governo Italiano, che non 
aveva voluto accettare la possibilità da lui prospettata, di creare una colonia 
transafricana, dal Mediterraneo Tripolino alla Guinea. 

Tocca ancora delle contese franco-inglesi pel dominio dell' alto Nilo, fino alla 

nota conclusione di Fascioda ed avanti, fino al mandato sul Camerun tedesco, 

affidato a Francia ed Inghilterra, coli' ormai tramontata pretesa pace di Versaglia. 
Intanto nel 1898 Brazzà, convalescente ad Algeri, veniva seccamente collocato in 
disponibilità, vittima della sua teoria della avanzata pacifica e lenta : largo alla 
irruenza dei nuovi arrivati ! alle teorie più rapidamente conclusive. Egli si ritirò 
allora nella quiete della famiglia, creatasi nel 1895 sposando la Signorina Teresa 
de Chambrun. Per tardiva resipiscenza, nel 1902 la Francia gli decretava, come 
era stato fatto prima solo pel Pasteur, una pensione annua di 10.000 franchi : 
e dopo due anni gli affidava lo scottante incarico di una inchiesta, perchè pel 
Congo francese si venivano sollevando accuse di atrocità simili a quelle compro- 
vate già per il Colgo Belga, il Congo Rosso, pel sangue crudelmente spremuto ai 
lavoratori del caucciù . Il Brazzà non cercò esimersi dal grave incarico : e le cose 
gli parvero, all' inizio del suo viaggio di inchiesta, regolari : ma poi scoperse 
veri campi di concentramento di ostaggi e di prigionieri. Accorato, travagliato 
dalla dissenteria, prese la via del ritorno ; ma poiché peggiorava, lo sbarcarono 
a Dakar, ove morì (1905). Un mese dopo gli fecero, come si suole, solenni funerali 
a Parigi, ed i suoi resti vennero quindi, per volere della vedova, trasportati ad 
Algeri. 

A questo punto conviene ritornare al 1883 quando Brazzà dirigeva la sua 
terza spedizione francese, ma con una appendice autonoma, quale missione 
scientifica italiana, nelle persone di Giacomo Brazzà, suo fratello minore, e di 
Attilio Pecile. Lo Zorzi riserva ai due esploratori italiani più dei 2 / 3 del volume 
(da pag. 173 a 606). Dopo una efficace presentazione dei due ardimentosi friulani, 
che arricchirono il Museum di Parigi di una copiosa, e per molti esemplari nuova, 
collezione, egli riproduce quella parte del carteggio di Giacomo Brazzà che era 
rimasto inedito, per apprezzamenti che egli trasmetteva, come gli agitavano il 
petto, alla famiglia, ma che per opportunità non si potevano allora pubblicare. 
In tutte codeste lettere, mandate lungo la campagna triennale (1883-1886) fatta 
in Africa, spira costante un sentimento di gelosa, e talora orgogliosa italianità, 
non senza accorato rimpianto per l'incomprensione dell'Italia ufficiale. Accora- 
mento che erompe più acuto nelle lettere che fanno seguito alle familiari, 
scambiate dopo il loro ritorno col compagno Pecile, mentre meditano di riprendere 
la via dell' Africa, ed insistono e s' affannano perchè questa volta la spedizione 
sia prettamente italiana. Il fascino nostalgico dell' Africa domina in queste lettere, 
come di innamorati : ma un innamoramento nuovo si fa strada, e si frappone ; 
quello di Giacomo per una fanciulla romana : e l' epistolario si chiude in un pro- 
fumo di viole, le famose viole di Udine, delle quali Giacomo domanda a Pecile 
una scattola pel capod'anno del 1888. Colei, alla quale erano destinate, amma- 
lava di scarlattina, che Giacomo contrasse : e ne morì. Quel che non aveva fatto, 
colle insidie delle sue febbri, degli indigeni, delle belve, l'Africa tenebrosa, fece 
il sereno e promettente idillio di un fidanzamento ! 

Attilio Pecile aveva steso un diario del triennio africano, rimasto inedito. 
Lo Zorzi lo dà alla luce fedelmente, commentandolo nei punti meno chiari, ma 
rispettandolo in ogni sua parte, anche nei troppo frequenti franciosismi, e nelle 
reminiscenze della parlata friulana. Non si può farne una recensione : bisogna 
leggerlo : e chi cominci a farlo lo seguirà fino al fondo : lo stile non ricercato 
garantisce la veridicità delle cose man mano registrate, come anche ne fanno 
fede le figure semischematiche buttate giù al momento davanti alla cosa che si 
descrive : la nostalgia per la famiglia e per la patria, che erompe nelle lunghe ore 
di febbre o nelle giornate di inazione sotto la pioggia opprimente, o per la ignavia 



3 8o 

o l'ostilità diffidente degli indigeni, non esclude la nostalgia che avranno dopo il 
ritorno in Italia, per 1' Africa maliarda : ed avvinti dal racconto genuino non 
vorremo far carico allo scrivente di talune espressioni trivialuccie : tutto al più 
potremmo fare qualche riserva là ove al sistema di Stanley e di quasi tutti 
oppone il « sistema Brazzà, come un missionario che esplora per far suo il paese 
e per lasciar dietro di se la fama di uomo buono e giusto, aprendo così la via 
alla civilizzazione...» Credo che nessun missionario, (ed oggi neanche alcun 
fascista convinto delle severe disposizioni per la dignitosa tutela della razza), 
biasimando fortemente lo Stanley, che compera giovani schiave per regalarle qua 
e là, sarebbe disposto a plaudire a quei giovinotti, quando si comprano una 
« moglie », che poi rimandano per noia, o perchè par loro di avere in letto un 
gorilla. Quanto patetica, dolorosamente, è invece quella descrizione della morte 
di un gorilla (o scimpanzè che fosse) madre, e del figlio, che « guardando pareva 
cogli occhi volesse implorare pietà », e fa esclamare ad Attilio Pecile che senza 

dubbio quegli «sono uomini, non perfezionati, ma uomini nel fondo ai quali 

mancano tutte le nostre facoltà morali : ma per quanto riguarda il fisico e gli 
istinti, sono nostri buoni fratelli ». 

Meno poetiche, ma forse meglio accettabili, sono altre osservazioni di zoologia, 
di geologia e di botanica, di etnologia. Quando egli dice di quei selvaggi che 
mangiano ippopotami putrefatti, « come i veneziani le beccacele », o che fanno 
scongiuri e fischi alla pioggia, perche non venga.... ed essa viene dirotta, pensiamo 
alle nostre campane, ed alle cannonate che si tiravano alle nuvole. Per coloro che 
pretendono che nessun popolo della terra viva senza bevande fermentate sarà utile 
leggere la osservazione, che i Ngiambi non conoscono alcuna bevanda fermentata, 
vivono male e mangiano poco, eppure prendono un bello sviluppo e diventano bella 
gente, forte e robusta e di statura alta. Molto ci sarebbe ancora da raccogliere : 
ma limitiamoci a queste due massime : una, di Pietro Brazzà, che coi selvaggi ci 
vuol molto più coraggio a non battersi che a battersi : e l' altra all' indirizzo dei 
civilizzatori, che è veramente desolante e sorprendente il vedere quanto poche sieno 
le persone oneste e di senso comune a questo mondo. Tuttavia Attilo Pecile 
voleva ritornare a cercarne, almeno tra i selvaggi, ed un giorno infine Pietro 
Brazzà stava scrivendogli per dirgli che gli aveva riservato un posto in una nuova 
spedizione ; quando ricevette dal Pecile 1' annunzio che si era fidanzato : stracciò 
la lettera, e gli mandò un telegramma augurale. 

D. Giordano 



ANGIOLO SILVIO NOVARO 

Emilio Schaub-Koch ha scritto su A. S. Novaro una monografia (i) nella quale 
dimostra appieno il suo acuto senso di critico d'arte, e la squisita facoltà 
di penetrare in fondo all'animo dell'Autore, di cui si fa prestigioso interprete. 
Sebbene egli dimostri di comprendere appieno le più delicate sfumature dello stile 
novariano, volle affidare la traduzione italiana del suo saggio a Paolo Tosel, 
« traduzione vigilata e diligente », come dice Lucio d'Ambra in una sua prefa- 
zione a questo libro « che è quanto di più vasto e di più completo fu dato finora 
all'opera del compianto poeta di Imperia. E la prefazione stessa è pure una vi- 
brante rievocazione del poeta, che lasciò alla vedova, in gesto generoso e modesto, 
l'onore dell'atto con cui legava all'Accademia d' Italia il lascito di un milione 
per borse di studio ed un premio letterario, legate quelle al nome dell'unico figlio, 
Jacopo Novaro, morto in guerra, e questo al ricordo di Angiolo Silvio. 

Il Schaub-Koch con sapiente ed amorosa indagine scruta l'opera di A. S. 
Novaxo, facendone sfavillare ogni sua faccia, come di prezioso diamante, con sì 



(i) Emile Schaub-Koch (traduzione di Paolo Toscl), Angiolo Silvio Novaro (Tajo, Pinerolo, 1939, XVII, 
119 pagine, con un ritratto del Novaro - L. io). 



3«i 

affettuosa e comprensiva penetrazione, che non è possibile qui accennare neppure 
ai vari aspetti dello studio erudito : che bisogna leggere, come appunto egli esorta 
per i racconti e le novelle di Novaro : « la miglior cosa a farsi è l'invitare il pubblico 
a leggerli : troppi commenti diventano fastidiosi». Ed egli paragona codesti rac- 
conti e novelle a disegni, seppie, acquarelli, rispetto ai quadri, cui raffronta, nella 
sua vasta visione artistica, le poesie ed i romanzi del Novaro ; del quale, in suc- 
cessivi capitoli studia l'opera, in margine alla poesia Cattolica ; nel carattere este- 
tico dello scrittore : che contempla e fa rivivere successivamente come uomo, come 
poeta, come prosatore, come moralista e pensatore, raggruppando in fine le fila 
in una conclusione, nella quale addita ed esalta la letteratura francescana, forse 
alquanto neopanteista, di Angiolo Silvio Novaro. 

Splendido poeta cristiano però, la cui poesia viene dallo Schaub-Koch para- 
gonata nella sua purezza, ai disegni del Pisanello ed alle immagini di Benozzo 
Gozzoli. E spesso ritornano questi paragoni della poesia, e della prosa che è an- 
cora poesia, del Novaro, a pitture, scolture, architetture, di questo o quello 
artista, ed alle opere e maniere di questo o quello letterato. E quale esempio di 
codesti confronti, voglio ricordare solo quello tra S. Novaro e D'Annunzio, trat- 
tato con rara conoscenza dei due grandi e competenza, fino alla acuta conclusione 
che nel suo « confronto fra d'Annunzio e Novaro il Schaub-Koch non pretende 
né classificare né distribuire dei premi. Vuole semplicemente sottolineare due 
estetiche differenti nate da due stati di spirito opposti, ma uguali nell'abilità di 
fare delle belle cose, sia l'arte per l'arte, sia l'arte per la fede ». « La fede è come 
una lente immensa : essa aumenta le proporzioni di tutto ciò che rischiara ». E 
la fede illumina e sostiene Angiolo Silvio Novaro lungo tutta la sua opera esaltata 
ancora nel sacrificio dell'unico figlio, al quale vengono qui pure dedicate alcune 
pagine commosse. E « rivivificato nel sangue di suo figlio, questo stesso genio 
sbocciò una seconda volta in una fioritura miracolosa ed insperata. La gloria 
del figlio ha consacrato la gloria del padre, e Jacopo ed Angiolo Silvio non hanno 
più che da incontrarsi nell'eternità, È già fatto ». 

Con occhio e pensiero di poeta viene pertanto lungo tutto questo Saggio, 
che vuole essere letto, e non può venire riassunto, studiata l'opera di A. S. Novaro, 
« in tutta la sua semplicità ed in tutta la sua grandezza », opera distribuita in 
volumi « che sono dei capolavori che non contengono una linea che non sia di 
un galantuomo ». 

D. Giordano 



CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA 

Quando Innocenzo Cappa fa al nostro Ateneo il signorile regalo di una sua 
conferenza, l'Aula magna è tosto gremita al completo da un pubblico avido 
- di udire il magnifico oratore, dolente solo che dopo breve ora il godimento 
intellettuale, cessando per l'orecchio, si riduca alle reminiscenze. Il godimento è rin- 
novabile a volontà, ed a chi ha udito una volta il Cappa pare di riudirlo leggendone 
le pagine, il godimento è rinnovabile per chi possieda il libro di recente pubblicato, 
su la Consolazione della Filosofia (i). Il titolo è di Severino Boezio, che, condan- 
nato a morte dal re Teodorico, che egli aveva servito, lodato anche, ma non adu- 
lato, scrisse in carcere non una apologia, ma un testamento morale che, se letto 
da' suoi giudici, poteva aggravarne la pena, facendo dai carnefici cercare un modo 
di morte più crudo, come dicono sia avvenuto. Il libro, sublime per il suo inse- 
gnamento, ma scritto da un patrizio romano del VI e VII secolo, non parve per 
lingua notevole, da essere accolto tra i classici che vengono insegnati, od imposti, 
nelle scuole. Per ciò forse non molti tra noi lo avranno letto, e molti anche po- 
tranno ignorarlo. Boezio ? chi è costui ? potranno costoro, se non esclamare, 



(i) Innocenzo Cappa, Consolazione della Filosofia, di Anicio Manlio Torquato Severino Boesio - Esposizione 
e commenti - (Milano, Garzanti Ed., Unione Tipografica, 1940 - XVIII, *77 pag., L. 20). 



3 82 

mormorare in sé stessi. Boezio, avverte il Cappa, « non è un grande filosofo, ma è 
l'epigono di una grande filosofia ». E fu un romano, uno degli ultimi di quei grandi 
Romani, che, se non seppero combattere, seppero morire. Ed egli « morendo senza 
viltà ci ha dato il più alto degli esempi che un uomo può dare, il saper morire 
dopo aver saputo vivere ». E come egli visse ricorda anche il Cappa lungo il suo 
libro, sostando nei punti giusti per rievocare man mano periodi della vita di 
Boezio e de' suoi famigliari, in modo che impariamo chi egli sia stato lungo la sua 
vita operante e pensante ; e non nella forma di arida biografia, come quelle ste- 
reotipate dei dizionari biografici. Questo pertanto intercalato a pagine avvincenti, 
profonde anche quando vogliono parere bonarie, suadenti anche quando si dicono 
dubbiose, ove viene pianamente, piacevolmente esposta la filosofia di Boezio, col 
commento, filosofico anch'esso, del Cappa ; il quale vivifica ancora, intensifica 
l'interesse della narrazione e del commento, richiamando a confronto opportune 
reminiscenze classiche, ed episodi ed aneddoti contemporanei. E non solo episodi 
ed aneddoti, ma l'essenza stessa della civiltà contemporanea, che egli ritiene tut- 
tavia migliore (malgrado le angosciose ecclissi), della antica : e seguendo il pen- 
siero di Boezio, ascendente dalla filosofia alla Fede, fede non più nella vaga Causa 
delle cause di Cicerone, ma nel Sommo bene, motore (per Boezio ancora immobile) 
dell'Universo, a Dio, che il Cappa è nel cuor suo convinto si sia rivelato infine 
al martire nel Dio dei Cristiani, sebbene egli non nomini Cristo, ne la Croce : ri- 
velandosi Cristiano paganeggiante, o piuttosto, pagano cristianeggiante, il Cappa 
non vuole essere estraneo al travaglio spirituale, che fu ed è di tutti i tempi. Egli 
non sa immaginare « un Boezio reticente fino allo opportunismo... un cauto sil- 
logizzatore, uno di quegli intellettuali atei in casa e finti credenti in chiesa, di 
cui fu purtroppo ricca l'Italia del Rinascimento», e non è purtroppo, io temo, 
libera l' Italia contemporanea, nella quale non è impossibile incontrare, in irreligiosa 
affettazione di religione, uno, più d'uno, che interrogato di che religione sia, risponda: 
« Ariano »! Ed, all'ombra di qualche Casino, si può anche riflettere col Cappa: 
« Si ha vergogna di sembrare credenti in Dio, quando la fede è scarsa e dubbia 
e veniamo circondati da coloro, i quali fanno consistere in una allegra empietà 
la loro illusione di essere molto intelligenti. Meglio se si ritrovassero, fra le mere- 
trici, o a giocare di azzardo ? ». 

Dal che appare commendevole la lettura di questo libro, non solo di eru- 
dizione, di commento ed esposizione elegante di profonda filosofia, ma anche di 
coraggio, ove esalta quella Fede, che faceva concludere a Boezio morituro : « Non 
inutilmente dunque vengono rivolte a Dio le nostre speranze, le nostre preghiere, 
le quali se saranno illuminate dalla rettitudine, non potranno non riuscire effi- 
caci. Odiate la colpa, i vizii, coltivate le virtù, sollevate l'animo alle giuste spe- 
ranze, porgete umili preghiere allo Eccelso ; grande è per voi, se non volete dis- 
simulare, la necessità di essere probi, mentre compiete le opere vostre avanti agli 
occhi di un giudice che tutto discerne ». 

D. Giordano 



" VERONESE „ 

Rodolfo Pallucchini ha condensato in un bel volume edito dalle Arti Grafiche 
di Bergamo ( i ) il frutto dei suoi studi e delle felici esperienze fatte in occa- 
sione della Mostra delle opere di Paolo Veronese, da lui allestita con tanto onore 
l'anno passato. 

Se il grande maestro ebbe in vita, a differenza del Tintoretto la cui foga 
innovatrice sconcertava le folle, il plauso dei contemporanei, fu oggetto oltre 
la tomba, quando proprio dovrebbe cessare 1' iva nemica, di una svalutazione che 
durò fino al principio di questo secolo, quando le opere capitali di Giuseppe Fiocco 



(i) Rodolfo Pallucchini. Veronese, 144 tavole in rotocalco e 2 tricromie. Istituto Italiano d' Arti eira- 
fiche, Bergamo — L. 60. 



383 

e del barone Detlev von Hadeln valsero, coll'approfondirne la conoscenza, a riabi- 
litarne la gloria. 

Fu detto e ripetuto che la pittura del Veronese mancava di pathos, la si 
tacciò di andamento rettilineo e monotomo, si abbassò l'artista nella scala dei 
valori al grado di decoratore, magnifico decoratore ma sempre decoratore. Mas- 
sime gli scrittori dell'ottocento lavorarono sistematicamente a diminuirlo. La loro 
forma mentis, tutta presa nel fuoco concentrato di Tiziano o nel turbinio dram- 
matico del Tintoretto, non poteva comprendere, e quindi amare, la sua pittura 
serena che concludeva, senza contaminarlo, il nostro splendido Rinascimento. 
Così i critici ; gli artisti no. Questi continuarono a studiarlo e a seguirlo e alcune 
delle migliori risoluzioni della pittura moderna derivano appunto da lui come 
da un ceppo rigoglioso che non sente decadenza e vecchiaia. 

Prima con la mostra di Venezia ed ora con questo libro, che è una rielabora- 
zione critica di tutta l'opera veronesiana, il Pallucchini reca un apporto consi- 
derevole alla rivalutazione dell'arte del Caliari. In uno studio breve ma denso, 
quale si conviene alla natura del volume eminentemente illustrativa, l'autore 
ci guida, attraverso una prosa brillante e concetti originali, al nascere, all'affer- 
marsi, al maturarsi della personalità artistica del Veronese. Così vediamo il pit- 
tore, dopo le prime esperienze provinciali, scrivere una pagina veramente sua colla 
decorazione a fresco della Villa Soranzo, di cui non rimangono purtroppo che rari 
e sparsi frammenti. Nell'Annunciazione di Padova già si rivela quella traspa- 
renza luminosa che avrà poi tanta parte nella poetica veronesiana. 

A Venezia il Caliari si afferma coi soffitti delle sale del Consiglio dei Dieci 
e dei Tre Capi, e a S. Sebastiano, scrigno delle sue meraviglie, colle storie di 
Ester, insigni esempi di quel suo comporre monumentale, a figure campite entro 
vasti cieli azzurri, che avrà la sua completa espressione nelle famosissime cene. 
Nella Madonna di Vicenza, nell'Annunciazione degli Uffizi e, sopratutto, nella 
parte superiore della Trasfigurazione di Montagnana l'espressione è affidata inte- 
ramente al colore che diventa poesia, lirica pura. 

Ma la prova trionfale della sua padronanza di tutte le tecniche, della varietà 
e dell'emotività della sua arte il Veronese la diede col ciclo degli affreschi della 
Villa di Maser che il Pallucchini definisce « una mirabile perfezione di forme create 
luminosamente nello spazio, sentita nell'esaltazione dei colori più gemmei e ordi- 
nata secondo ritmi sereni ». 

Col progredire dell'età lo stile del Veronese si trasforma e si affina. Al colore 
sontuosamente solare dei primi capolavori, subentra quello più intimo del cre- 
puscolo e quindi la luce notturna e lunare, come nella piccola Crocifissione di 
Parigi e in Cristo nell'orto di Brera. Mentre l'artista, cresciuto all'ombra dei più 
grandi architetti dell'epoca, il Sansovino, il Palladio e il Sanmicheli, s'era com- 
piaciuto in gioventù e nella prima maturità d'inquadrare le scene entro nobili 
architetture, negli anni tardi sembra tutto rivolto alla natura, traendo dal pae- 
saggio palpiti musicali, come nel Battesimo di Cristo di Brera e in Agar e Ismaele 
di Vienna, per citare due esempi tipici. 

Infine come si può parlare di scarsa sensibilità, di assenza di dramma da- 
vanti alla Pietà di Leningrado o alla Crocifissione di San Lazzaro dei Mendicanti 
a Venezia, così desolatamente tragica nelle figure e nel paesaggio ? 

E si possono trovare nella pittura italiana accenti più poetici del Mistico 
Matrimonio di Santa Caterina, dipinto in luce di paradiso, o umanità più vera 
della Madonna della famiglia Cuccina di Dresda, dove il pittore accosta le crea- 
ture al Creatore in una specie di comunione mistica, anzi di amabile conversazione? 

Col grande ovato « Il Trionfo di Venezia » del Palazzo Ducale si può dire 
che il Veronese chiuda la sua laboriosa giornata quasi per offrire alla città che 
l'aveva accolto e protetto l'ultimo lampo del suo genio. « L'arte veronesiana - 
scrive il Pallucchini — è l'ultima grande voce del Rinascimento ; la sua vena 
è d'intenzione esclusivamente classica anche se negli ultimi anni si va colorando 
di un sentimento patetico ». 

Al testo segue la parte illustrativa che è importantissima ; 144 tavole in 
nero e due tricromie. Tutta l'attività del Veronese, che in arte fu un prodigo, 
vi è rappresentata, scelta nei suoi momenti più cospicui, dalla pala Bevilacqua- 
Lasize di Verona, che è la prima conosciuta, al Ritratto di gentiluomo della Galleria 



3«4 

Colonna, che è l'ultima. Alcuni stupendi particolari fotografici, eseguiti in occasione 
della Mostra di Ca' Giustinian, permettono di gustare l'intimità dello stile vero- 
nesiano. Sono riprodotti anche quasi tutti i disegni superstiti, la maggior parte 
in possesso di gallerie straniere. Quindi una vera e propria antologia dell'arte 
veronesiana, come si è appunto proposto l'autore. 

Enrico Motta 



SCRITTI MILITARI DI MACHIAVELLI E FOSCOLO 

Giorgio Berzero (i) ha recentemente pubblicato, presso la Casa Editrice Le 
Monnier, una scelta degli scritti militari di Niccolò Machiavelli, tratti dal 
« Principe », dai « Discorsi » e dalle « Lettere » ed una scelta, pure di scritti mili- 
tari, di Ugo Foscolo. Identico è, quindi, il fine che questi due libri si propongono : 
coordinare, come dice il Berzero stesso, in inscindibile unità l'insegnamento delle 
lettere italiane e della storia e della cultura militare, conforme al nuovo spirito 
che potenzia ed anima la scuola italiana. 

Non sarebbe ora certo agevole mettere compiutamente in luce, nello spazio 
destinato ad una recensione, quanto di personale di accurato di acuto appare 
nella architettura stessa delle due operette scolastiche. Le note sono sempre minu- 
ziose ed esaurienti, un criterio di logica armonia ha sempre guidato la scelta dei 
passi talché, ad esempio del « Principe » e dei « Discorsi » del Machiavelli si può 
affermare che il Berzero abbia scelto i passi che più compiutamente legano al 
nucleo essenziale del pensiero del Segretario fiorentino le osservazioni più decisa- 
mente e tecnicamente attinenti alla precettistica militare in modo che, anche 
in precisazioni di carattere assai particolare, sia sempre evidente una direttiva 
costruttiva e logica. Nell'introduzione stessa degli scritti del Machiavelli il Ber- 
zero poi precisa, con senso di soggettiva critica e chiarezza di argomentazione, 
i limiti etici del cosidetto Machiavellismo, che non si è mai sottratto alla subor- 
dinazione di valori morali e religiosi non ponendosi, quindi, mai in una irreduci- 
bile assolutezza. 

Più ampiamente si dovrebbe parlare della scelta degli scritti militari di 
Ugo Foscolo ai quali è premessa una notizia sulla vita e sull'attività militare e 
politica del poeta che si può, a quanto afferma il Berzero, dividere nettamente 
in tre periodi. Il primo si conclude con il ritorno del poeta in Italia dopo la vit- 
toria di Marengo, il secondo, va dal novembre del 1800 all'agosto del 1812 ed è 
tutto pervaso dall'ambiziosa speranza della promozione a capitano ma vede pure 
l'affermarsi più saldo della maturità del Foscolo pensatore e critico di cose di 
guerra. Nel maggio del 1807 egli tradurrà, infatti, il commentario della battaglia 
di Marengo del generale Berthier e porrà mano all'edizione dei « Commentari » 
e degli « Aforismi » di Raimondo Montecuccoli. La terza fase della carriera di 
Ugo Foscolo ufficiale, che culmina col suo volontario esilio, è pure esaminata con 
attenta indagine dal Berzero. I passi di pagine militari di Ugo Foscolo compresi 
nel volume sono : il Discorso sull' Italia indirizzato al generale Championnet, 
tanto interessante perchè rivolto ad illuminare, con uno stile pervaso di calda 
ma composta eloquenza, l'intuizione che guidava il Foscolo nel giudicare delle 
possibilità concrete di un riscatto nazionale (e si badi che detto discorso fu scritto 
quando il Foscolo al seguito del generale Massena partecipava all'epica difesa di 
Genova). Segue la lettera dedicatoria dell'ode a Bonaparte liberatore poi si sus- 
seguono la traduzione della relazione sulla battaglia di Marengo del generale 
Berthier, passi del commento delle opere di Raimondo Montecuccoli, un passo 
della lettera al Conte Verri, ricca di spunti autobiografici, la lettera al generale 



(1) Niccolò Machiavelli, Scritti Militari, tratti dal «Principe» dai «Discorsi e dalle Lettere» a cura 
di Giorgio Berzero, Firenze, Felice Monnier Ed. — L. n ; Ugo Foscolo, Scritti militari. Introduzione e com- 
mento di Giorgio Berzero, Firenze, Felice Le Monnier Fd. — L. 12,50. 



3«5 

austriaco Fiquelmont, scritta dal Foscolo quando già si trovava in Isvizzera, 
nella quale egli narra, come ebbe a dire il Fassò, « con commosso accento di 
verità la crisi ultima che lo trasse all'esilio ». Ultimo brano riportato è la nobile 
lettera scritta dal Foscolo alla Contessa di Albany, documento della coerenza di 
propositi e del costante amore patrio che sorresse sempre il Foscolo anche nei 
momenti più gravi ma, soprattutto, testimonio dell'assoluta ed obiettiva fran- 
chezza con cui il Foscolo vide, al di là di ogni idealizzazione e di ogni contin- 
genza storica, la personalità vera di Napoleone dominata quasi sempre da una 
nota di feroce ed assoluto individualismo. 

Pensati e composti, come si è detto, per la scuola questi due estratti degli 
scritti militari del Machiavelli e del Foscolo di Giorgio Berzero sono testimo- 
nianza di una intelligente ricerca storica ma ancora più di vitale e costruttivo 
coordinamento logico. Minutamente ed intelligentemente annotati, come si è 
pure già osservato, essi rivelano anche la passione dell'uomo di scuola dei tempi 
nuovi che sa subordinare, molto spesso, l'erudizione ad un criterio di bene intesa 
sintesi ma più ancora ad una esigenza di determinare in una luce di sofferta o 
vissuta umanità gli aspetti più attuali ed ammonitori della personalità di due nostri 
grandi che molto amarono la patria e, sia pure in tempi diversi, per un ideale di 
patria operarono e sperarono. 

Francesco T. Roffarè 



PIAVE 1918 

E il diario di guerra (1) che un ufficiale, Arrigo Pozzi, ha scritto dedicando la sua 
fatica alla memoria del Padre, volontario del '66. È più di un diario però e 
pur attraverso l'aneddoto documentato, si intravede limpida quella che fu una 
delle più grandi battaglie della storia e che fu decisiva del conflitto mondiale. 
Balza vivida nella prima parte del volume la gigantesca figura morale del com- 
battente italiano, di quel combattente che nella resistenza prima e nella riscossa 
poi lungo il Piave, ha saputo capovolgere nettamente le sorti della guerra che non 
per sua colpa erano parse, in un attimo oscuro, irrimediabilmente compromesse. Il 
soldato italiano è appunto il protagonista di questo libro di rievocazione e di docu- 
mentazione dove il genuino sentimento, l'annotazione sicura, il commento sobrio, 
non lasciano mai posto alla pur facile rettorica, che forse in certi momenti avrebbe 
potuto apparire inevitabile. 

Arrigo Pozzi era ufficiale addetto al comando del XXVIII Corpo d'Armata, 
posto di responsabilità, osservatorio mirabile per chi, come l'autore di questo 
libro, avesse voluto cogliere gli elementi essenziali della grande ora storica. E in- 
fatti Pozzi se ne è ampiamente e intelligentemente servito per questo suo grande 
affresco storico. 

Vita di retroguardia, vita di prima linea, episodi di trincea e di alto comando 
s'alternano e si completano a vicenda. L'ilare spensieratezza del giovanissimo arti- 
gliere Duca Amedeo di Savoia-Aosta che dopo una rumorosissima cena si carica 
sulle spalle un collega ed inforca la bicicletta mentre questi all'improvviso, per 
quanto scomodo onore, bada a ripetere vanamente : « Altezza questo no, questo 
no.... ». Scatti di arditi attraverso il fiume conteso in abili eroici colpi di mano, 
Avventure tragiche, sacrifici umili ed alti di ogni giorno e di ogni ora, figure mar- 
ziali stagliantesi nette e robuste nella loro epica, schietta semplicità. Figure di- 
ventate di poi largamente popolari : Padre Giovanni Semeria, Padre Reginaldo 
Giuliani. 

Interessante e forse poco nota una speciale missione compiuta dall'autore 
presso Mons. Longhin, assieme ad un ottimo cappellano militare, don Ubaldi e 



(1) Arrigo Pozzi : Piave iqi8 - Cremonese Ed., Roma, pag. 382, L. 15. 



3 86 

finita nel migliore di modi per la nobile, patriottica comprensione del Vescovo 
di Treviso combattente. 

Figure di soldati, tanti. In alcuni tipi riassunta tutta l'umanità combattente 
lungo il fiume. Uno ad esempio ; Michele Diodato il quale, ferito, dice all'ufficiale 
medico : « Dite quando sarò morto a quelli che saranno portati dopo di me su 
questo letto, che facciano tutto il dovere loro verso la Patria ». Ma il soldato 
non muore ; ci rimette una gamba e quando riceve la medaglia d'argento, non 
è lieto per il cambio perchè rimpiange di non poter dire « a quelli di là » il fatto 
loro. Eroismo di reparti durante le epiche giornate. Un comandante di batta- 
glione scrive testualmente : « I colpi dell'artiglieria nemica erano accolti da 
grida, da fischi e da sberleffi. Un soldato caratterizzò la disfatta austriaca con una 
bellissima frase : I mandolinisti, a quanto pare, valgono più dei... pifferi ! ». 

« La vittoria è un grande e meraviglioso balsamo. Alla tragica passione degli 
Eroi, il fante che aveva combattuto e vinto, preferiva — scrive Pozzi — come 
sempre, la voluttà di una piccola frase scherzosa, incisiva, scultorea. Ed anche 
a questo si deve l'aver vinto la guerra ! Perchè, dopo la battaglia del Piave, chi 
ha ucciso l'Austria, anche nel cuore e nella fantasia dei nostri soldati, è stato 
indubbiamente quel terribile nemico che si chiama ridicolo ». 

Piave giugno - Vittorio Veneto novembre. Resistenza epica all'ultimo po- 
tente sforzo del nemico, vittoria definitiva e sfolgorante nell'ultima battaglia. La 
Terza Armata che mai aveva conosciuto sconfitta, balza sulla via di Trieste e rag- 
giunge la città agognata e già intravista dal Carso sanguinoso. La seconda parte 
del libro è dedicata a questo trionfale epilogo. In tre giorni l'Armata di colui 
che fu chiamato sempre e semplicemente il Duca, raggiungeva quasi dovunque 
il vecchio confine nazionale. Ma non è una marcia trionfale, è una corsa ormai 
sicura della vittoria che pur tuttavia richiede generoso tributo di sangue, prove 
individuali, eroismo di reparti. Il vecchio impero moribondo si difende ancora 
con la forza della disperazione. Infine è Trieste, la vittoria, la pace. 

Il libro contiene due intermezzi : la storia di un giornale di trincea cioè della 
« Tradotta » e il racconto di come i difensori del Piave conobbero per la prima 
volta la « Canzone del Piave ». Fu a Trieste, in uno spettacolo organizzato per 
ordine superiore dall'autore. È una pagina squisita, di sicura e fine psicologia. 
È interessante conoscere le reazioni di « chi c'è stato » alle ormai famose strofe. 

Chiude l'interessante volume, materia di studio e di meditazione, ragione 
di orgoglio per tutti gli italiani, una serie di profili. Il Duca, cioè Emanuele Fili- 
berto di Savoia- Aosta, la Duchessa Elena d'Aosta, il generale Croce coman- 
dante del XXVIII Corpo d'Armata, il generale Albricci. Quindi l'autore ha 
voluto aggiungere un suo articolo : « Da Vittorio Veneto a Roma », esaltazione 
scritta con anima di combattente della seconda vittoria che ha riportato a Roma 
1' Italia di Vittorio Veneto ed infine un'interessante appendice in cui si argomenta 
chi sia l'autore dell'epica frase « Meglio vivere un giorno da leone che cent'anni 
da pecora ». In proposito non si conclude. Anzi si arriva alla sola conclusione 
logica. Chi ha scritto la frase è il soldato italiano, non importa quale. Certo che 
chiunque sia stato, ha scritto in nome di tutti ed interpretando l'animo di tutti. 
La gloria a nessuno perchè a tutti vada la gloria di un eroismo di popolo, di una 
vittoria destinata a schiantare un impero ed a mutare con la storia d' Italia, 
la storia di tanta parte del mondo. 

Giacomo De Marco 



387 



SCRITTI GIURIDICI PREIRNERIANI 

Nella Biblioteca dei testi Medievali « Orbis Romanus » a cura della Univer- 
sità Cattolica del S. Cuore è uscito il secondo volume degli « Scritti giuridici 
preirneriani », contenente le « Exceptiones legum romanarum », nuovamente edite 
da Carlo Guido Mor (i). 

Come è noto agli studiosi l'opera è un prodotto delle scuole di diritto romano 
dell'epoca così detta barbarica che va cioè dalla caduta dell' Impero al Medioevo: 
1' Editore, fra le diverse opinioni, ritiene che sia stata redatta verso il principio 
del Sec. XII. Per il Salvioli non sarebbe lavoro originale, ma un rimaneggiamento 
di un'opera più antica, originaria della scuola di Pavia, secondo gli uni, di Ra- 
venna, secondo gli altri, ambedue eredi di quella scuola di Roma che verso la 
metà del secolo XI aveva mantenuto l'indirizzo degli studi giuridici dato da Giu- 
stiniano che le aveva largito numerosi privilegi : con ciò si può affermare che 
dall' Impero a Dante la fiaccola del sapere non cadde mai spenta. 

L' opera conosciuta anche sotto il titolo di « Exceptiones Petri » viene attri- 
buita ad un Magister Petrus, nominato in taluni codici, monaco e giureconsulto 
oriundo della Francia Meridionale, od anche a Pier Damiano che compiuti gli 
studi alla scuola di Ravenna, ivi, con grande fortuna, si era dato all'insegnamento 
prima che « con cibi di liquor d'ulivi » passasse lievemente « caldi e geli - contento 
nei pensier contemplativi ». 

Comunque sia queste « Exceptiones » (che, bene inteso, nulla hanno a che 
vedere con le exceptiones del diritto formulare romano, le quali, come si sa, non 
erano che difese accordate contro un'azione che fosse giuridicamente fondata), 
per la storia del diritto romano, particolarmente del diritto matrimoniale, costi- 
tuiscono un testo di somma importanza che tra gli studiosi ha posto problemi 
e destato polemiche oggi in gran parte sopite. Trattasi, in sostanza, di un ma- 
nuale, di una raccolta di definizioni e di parafrasi, di interpretazioni lessicali e 
grammaticali, che dimostrano una buona conoscenza di tutte le parti del corpus 
iuris ; a somiglianza della Istitutiones Giustinianee sono divise in quattro libri, 
suddivisi in capitoli che nell'edizione Mor risultano in numero di sessantuno e 
sessantadue per il secondo e quarto libro, di sessantasette per il primo e di ses- 
santanove per il terzo. Quanto al contenuto il primo libro tratta delle persone, 
il secondo dei contratti, il terzo dei delitti ed il quarto della procedura (in que- 
st'ultimo si possono spigolare alcuni gustosi insegnamenti, di sempre viva attua- 
lità, tra l'altro, sulla capacità e onestà degli avvocati e sulla... ignoranza e respon- 
sabilità dei giudici). 

Le principali edizioni del testo, condotte attraverso i quattro manoscritti 
attualmente noti, quello della Biblioteca Universitaria di Torino, due apparte- 
nenti alla Biblioteca Nazionale di Parigi, uno conservato nella Biblioteca Capito- 
lare della Metropolitana di Praga, ai quali si debbono aggiungere i frammenti 
trasmigrati in altre opere canoniche, erano tutt'ora l'edizione, di Strasburgo od 
argentoratense del 1500 e quelle di C. F. v. Savigny di circa un secolo fa, le quali, 
come osserva il Mor, non potevano più soddisfare le odierne esigenze critiche e 
non potevano consentirne una conoscenza efficace. In una copiosa introduzione 
1' Editore mostra l'attentissimo studio condotto sui testi, illustra acutamente i 
rapporti tra i vari manoscritti e tra questi e le precedenti edizioni, dichiara il 
metodo di pubblicazione da lui adottato : al testo fa seguire le tavole di concor- 
danza delle fonti e delle glosse, così che anche al lettore non troppo profondo in 
materia ^non sfugge gl'eccellenza dell'opera che, non stentiamo a crederlo, ha 
costato all' Editore un decennio di intenso lavoro. 

Achille Bosisio 



(iì Orbis Romanus - Biblioteca dei testi Medievali. Scrini Giuridici Preirneriani, Voi. II] « Exceptiones 
Legum Romanarum » a cura di Carlo Guido Mor, Milano. Società Editrice Vita e Pensiero. 



3%8 



EUGENIO FLORIAN 
MAESTRO DEL POSITIVISMO PENALE 

Ad Eugenio Florian, in occasione del suo commiato dall'insegnamento della 
Università di Torino, una falange cospicua di cultori delle scienze giuri- 
diche e sociali ha dedicato un intero quaderno di studi e ricordi pubblicato da 
« Criminalia » a cura di Anselmo Crisafulli (i). 

Gli autori hanno avuto riguardo di trattare gli argomenti sui quali partico- 
larmente il Florian ha esercitato il suo intelletto con la mira costante e precisa 
di dimostrare la vitalità del positivismo penale e la certezza del suo divenire. 

Uomo di cattedra ed uomo di toga, direttore di riviste ed annotatore esem- 
plare di sentenze, esegeta acutissimo della legge codificata e sistematizzatore del 
diritto sostanziale e processuale, Eugenio Florian meritamente può fregiarsi del 
titolo, che in Italia ed all'estero ormai gli è riconosciuto, di « Maestro del posi- 
tivismo penale ». 

Alcuni degli studi che compongono il quaderno assurgono all'importanza 
di vere monografie, quelli di E. Altavilla, Florian psicologo del processo penale ; 
di Colace su 77 valore della teoria psicologica della diffamazione ; di Angeloni, L'in- 
ternazionalità della sentenza penale ; di G. Contursi-Lisi, La natura pubblicistica 
del processo penale e V Istituto della parte civile ; di E. Pietriboni, La teoria psico- 
logica della legittima difesa ; di D. Milillo, Pene e misure di sicurezza nella odierna 
fase evolutiva del diritto penale. 

Il quaderno si chiude con uno schema di autobiografia intellettuale del quale, 
nella sua succosa brevità, non sai più se ammirare l'onesta chiarezza o la fiamma 
della fede che ha sorretto lo studioso nel non sempre agevole cammino ; segue 
una completa bibliografia dell'opera del Florian, viva testimonianza del suo in- 
defesso lavoro, condotto in tutta la vastità del diritto e della procedura penale, 
nel quale la paziente ricerca si alterna con la genialità dell'intuizione non di 
rado anticipatrice. 

Eugenio Florian, come ben dice il Dott. I. A. Martinez, direttore della 
« Rivista penale dell'Avana », ha lasciato la sua cattedra di Torino, ma non 
cesserà di insegnare attraverso i suoi libri e attraverso i suoi discepoli che costi- 
tuiscono la più illustre Corte d'onore che sia possibile immaginare. 

Achille Bosisio 



(i) Eugenio Florian, Maestro del Positivismo Penale, Quaderni di Criminalia, F.lli Bocca Editori, Milano 
MCMXL - XVIII". 



Finito di stampare il giorno 30 Novembre I040-XIX. ELIO ZORZI, Direttore responsabile 



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